Ebola, vescovo: «Il popolo della Liberia si sente abbandonato da Dio: il virus ci ha strappato via la nostra umanità»

Anthony Fallah Borwah, vescovo di Gbarnga (Liberia): «Questa malattia rende impossibile ogni gesto di umana gentilezza, come abbracciare qualcuno che sta piangendo»

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«Intere famiglie vengono decimate. Stiamo perdendo la nostra umanità». Il vescovo Anthony Fallah Borwah avrebbe voluto pronunciare queste parole al Sinodo straordinario sulla famiglia ma siccome la sua diocesi è Gbarnga, nella Liberia falcidiata dall’epidemia di Ebola, non è potuto partire per Roma.

«UMANITÀ STRAPPATA VIA». Il virus ha già ucciso da marzo più di 4500 persone nei tre paesi dell’Africa occidentale colpiti: Liberia, Sierra Leone e Guinea. Il paese di Borwah è il più colpito: già 2.484 persone sono morte, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità.
«I poveri sono i più colpiti e loro sono la priorità della Chiesa», ha dichiarato il vescovo al Catholic News Service. «Questa epidemia ci sta strappando la nostra umanità. Questa malattia rende impossibile ogni gesto di umana gentilezza, come abbracciare qualcuno che sta piangendo».

«SCUOLE E UFFICI CHIUSI». Le difficoltà che le famiglie della Liberia devono affrontare sono enormi: «Abbiamo bisogno di aiuti materiali, come anche delle preghiere per coloro che muoiono per la fame o la malattia. Le scuole sono chiuse da agosto. I mercati sono vuoti, gli uffici sono chiusi, la gente non lavora. Essere in grado di dare da mangiare alla propria famiglia è un bisogno umano di base ma oggi la maggior parte della popolazione non è in grado neanche di garantire un pasto ogni giorno».

PEGGIO DELLA GUERRA. La Chiesa fa quello che può per venire incontro a tutti i bisogni, distribuendo cibo e medicine, ma è difficile in un paese «che si è appena ripreso da molti anni di guerra. Ora quelle ferite da poco sanate si sono di nuovo riaperte. Durante la guerra si poteva almeno seppellire i propri cari. Ora non si può, i funerali sono vietati e questo divide ulteriormente le famiglie».

«ARRABBIATI CON DIO». La gente, conclude il vescovo, «è arrabbiata con chi è al potere ma non solo: sente che Dio ci ha abbandonati di nuovo. La chiave per sopravvivere all’epidemia è recuperare la nostra umanità, la nostra gentilezza umana naturale. Come Chiesa, abbiamo bisogno di trovare il modo di farlo: servono soluzioni a lungo termine».

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