E poi arrivò il 5 maggio 2002

Dopo Bianchi, Hodgson, Simoni, Lucescu, Tardelli e Lippi: ecco Hector Cuper, allenatore preparato che però incapperù nei problemi della gestione morattiana e del fatidico 5 maggio contro la Lazio di Poborsky

Estate 2001: è il turno dell’”hombre vertical”, Hector Cuper. L’allenatore argentino arriva all’Inter dopo più che apprezzabili risultati ottenuti con il Valencia. Con la squadra spagnola disputa due finali consecutive di Champions, perdendole tutt’e due, creandosi la fama di eterno secondo. Particolare che peserà sulla sua esperienza milanese. Cuper arriva in uno spogliatoio rivoluzionato rispetto alla stagione precedente (e ti pareva!).

Frey, sul quale pesa la sfuriata nello spogliatoio ai compagni dopo il clamoroso risultato tennistico nell’ultimo derby, viene venduto a favore di Francesco Toldo. La difesa viene rimossa di nuovo quasi in blocco: fuori Macellari, Cirillo, Ferrari e Blanc , dentro Materazzi, Padalino, Vivas (argentino), Sorondo (uruguaiano), Georgatos (di ritorno, in traghetto, dalla Grecia). A centrocampo, via Cauet e Jugovic, si scaldano i muscoli Sergio Conceicao (portoghese, dal Parma) e due turchi, arrivati a parametro zero Okan Buruk ed Emre Belozoglu.

In attacco, molto traffico, tra chi esce e chi entra: innanzitutto l’epocale scambio Brocchi–Guglielminpietro, fatto col Milan (a proposito alla squadra di Berlusconi viene anche ceduto in via definitiva Pirlo, bell’affare, eh?), ritornano i prestiti Kallon e Ventola; Adriano è disponibile da subito, ma si preferisce spedirlo a “fare esperienza” a Firenze. A gennaio si dà il benservito anche a Hakan Sukur. Per la cronaca, viene venduto anche l’uruguaiano Pacheco: qualcuno si era accorto che giocava nell’Inter?

Il nuovo allenatore ha, però, l’opportunità, da subito, di schierare contemporaneamente l’ombroso Vieri e il redivivo Ronaldo. Un’ordinata tattica e l’utilizzo dei due bomber permettono a Cuper di far accarezzare il sogno scudetto ai tifosi, già al suo primo anno di panchina nerazzurra. Sogno che si infrange contro la Lazio, nell’ultima giornata, quella che doveva consacrare l’Inter campione d’Italia: il fatidico 5 maggio 2002. Qui si apre un altro capitolo dell’era morattiana, complesso e misterioso erede, in qualche misura, degli echi del ’98. Ancora una volta Moratti si troverà a gridare al complotto anti-Inter e alla corruzione della classe arbitrale, accusata di essere succube dei maneggi di Moggi e ancora una volta l’alibi non regge.

A conferma che le responsabilità sono da ricercare all’interno della stessa società nerazzurra, ripercorreremo la concitata fase finale della stagione. L’Inter veleggia sicura verso la conquista dello scudetto: a cinque giornate dalla fine, ha una imprevista battuta d’arresto, perde in casa contro l’Atalanta, ma il nervosismo aumenta dopo il risultato della terz’ultima. L’Inter gioca a Verona contro il Chievo, sorprendente, di Delneri, il risultato dà ragione ai nerazzurri, si segnala un possibile rigore negato a Ronaldo e uno spreco di occasioni clamorose per mandare in porto la gara positivamente. Arrivano i minuti di recupero e il Chievo sotto di un gol, pareggia: 2-2.

Minuti di recupero anche a Piacenza, dove la Juve è inchiodata sullo 0-0: ma, ecco, Nedved, nell’unico tiro della partita, infila il sette nella porta avversaria. L’Inter sente il fiato sul collo. E siamo a domenica 5 Maggio: manca poco alla fine. La Juve, è vero, non è automaticamente costretta al secondo posto, ma per vincere lo scudetto, l’Inter dovrebbe avere un tracollo; l’ambiente interista è fiducioso ed è proprio il presidente ad assicurare che non bisogna avere paura della Lazio, perché, ormai, la squadra di Cragnotti non chiede più nulla alla classifica e poi c’è gemellaggio tra i tifosi laziali e quelli nerazzurri. Argomenti, questi, che così “sapientemente” elencati, fanno sospettare i media di una possibile partita “addomesticata”.

Non ringrazieremo mai abbastanza Moratti per la tempestività con la quale promuove l’immagine dei sentimenti interisti. Durante la settimana di avvicinamento al traguardo, arrivano notizie da Appiano Gentile di un ambiente euforico e deconcentrato (si spiffera anche di una festa in discoteca). Gli scafati juventini, naturalmente, tacciono e si preparano ad affrontare l’Udinese, il cui vivaio è notoriamente serbatoio di giovani con destinazione Torino. Oltre a una certa atmosfera “festaiola”, si segnala dallo spogliatoio una novità tecnica: il ritorno del “Chino”. Lasciato ai margini della squadra titolare, che così aveva trovato un giusto equilibrio in campo, ecco ritornare negli “undici” Recoba. Sostenuto dalla solita “stampa specializzata” e  dall’inesauribile innamoramento di Moratti che, come dice la famosa battuta, “lo farebbe giocare anche nel suo giardino pur di averlo a disposizione”, l’uruguaiano ritrova il suo posto da titolare proprio contro la Lazio, che, alla conferma della notizia, “stappa lo champagne”, come racconterà il futuro mister nerazzurro Zaccheroni, in quella stagione allenatore della formazione laziale.

E’ il 5 maggio: accompagnato dalle solite roboanti dichiarazioni morattiane, siamo al fischio d’inizio. Dopo pochi minuti la Juve va in vantaggio sull’Udinese: Trezeguet si trova “inspiegabilmente” da solo, in mezzo all’area dei friulani, e batte comodamente a rete. L’autore di questa “Moratteide” ricorda perfettamente gli interventi dei radiocronisti a “Tutto il calcio”: raccontavano di come stessero scrutando il campo di Roma per vedere con quale atteggiamento la Lazio approcciasse la partita, ipotizzando la possibilità di una gara accomodata, a seguito proprio delle esternazioni presidenziali interiste. Ma stava per andare in scena una tragedia sportiva e umana: nonostante due uscite “a farfalla” del portiere laziale Peruzzi , l’Inter due volte va in vantaggio e due volte si fa raggiungere, anche grazie a una catastrofica esibizione del terzino Gresko, mesta eredità della gestione Tardelli.

Il ceco Poborsky, l’autore della doppietta laziale, è l’unico che esulta. L’Inter isterica, che scende in campo nel secondo tempo, alla fine perde partita, scudetto e faccia. L’Olimpico assiste ancora al pianto di Ronaldo (rimandato in panchina da Cuper, per manifesta “svogliatezza” in campo). Il brasiliano è l’immagine di una squadra e di una società allo sbando. Intanto Materazzi strattona avversari urlando a muso duro che era l’Inter che doveva vincere. Il fatto è che giocatori, società e tifosi interisti sono ricacciati nell’incubo di essere gli eterni perdenti del calcio italiano e gli eterni protagonisti delle barzellette sul football nazionale.

Solo qualche giorno prima il quotidiano La Repubblica, pubblicava un articolo che ripercorreva i primi sette anni dell’era Moratti con cifre incontestabili: per raggiungere pochissimi successi (solo la Coppa UEFA nel 1998) il petroliere aveva già speso 1000 miliardi di lire (circa 500 milioni di euro), nel 2001 insieme a Tronchetti Provera aveva già ripianato il bilancio della società con 75 milioni di euro. Aveva già cambiato 8 allenatori (la media di uno all’anno), acquistato (con i risultati che sappiamo) 88 giocatori, imbastito demenziali operazioni di mercato. Venduto dopo appena un anno un fuoriclasse come Roberto Carlos, per poi trovarsi a comprare 21 (ventuno) terzini sinistri e non uno che funzionasse. Tra questi, Gresko. Altro che complotto anti-interista! Ora, bisognerebbe raccogliere i cocci e ricostruire: occorrerebbe un po’ di serenità, ma un’altra estate “bollente” attende il popolo interista.