Don Pepe, l’amico del Papa che scopre la ricchezza dei poveri nelle “villas miserias” argentine

«L’amore per una donna e le minacce di morte hanno rafforzato la mia fede». Ecco chi è padre José Maria Di Paola, l’amico del Papa che dedica la vita ai poveri di Buenos Aires e si ispira a san Francesco d’Assisi

È vero, assomiglia al Jeremy Irons di Mission, però con la barba e i capelli più lunghi. E ancora di più a Sergio Daniel Batista, il centrocampista dell’Argentinos Juniors che con la nazionale argentina vinse il Mondiale del 1986 in Messico. Potrebbe recitare la parte del guerrigliero della sierra in un film sulla rivoluzione cubana o di un figlio dei fiori in uno sugli psichedelici anni Settanta. Ma padre José Maria Di Paola detto Pepe non è diventato il personaggio più richiesto dagli intervistatori all’edizione numero 34 del Meeting di Rimini perché è molto fotogenico.

La verità è che in tanti andavano a caccia di aneddoti su papa Francesco, che Pepe ha avuto come vescovo per molti anni quando il pontefice era a capo della diocesi di Buenos Aires. Un rapporto intenso, speciale. Fra un parroco delle villas miserias, le affollate baraccopoli della periferia bonaerense, e un cardinale gesuita che già allora non riusciva a stare fermo dentro a palazzi troppo eleganti e lontani dalla gran parte del suo popolo. Infatti il vescovo Bergoglio si faceva vivo spesso nelle villas, parlava con la gente dei loro problemi, celebrava Messe e impartiva sacramenti, ripetendo spesso che bisogna avere più fiducia nella Grazia di cui sono canali che nei corsi di formazione con cui ci si prepara a riceverli.

Quando padre Di Paola fu minacciato di morte dai narcotrafficanti per un appello contro la crescente diffusione della droga (di scarto, ovviamente) fra i giovani dei quartieri poveri, Bergoglio lo difese pubblicamente, persino nel corso di una Messa celebrata in Plaza de Mayo, nel cuore della capitale. Diciamo pure che non tutta la stampa cercava da don Pepe storielle o “ipse dixit” del Papa: c’era anche l’onesta e professionale volontà di far conoscere una personalità ecclesiale che sembra essere l’incarnazione delle parole del Papa sulla Chiesa povera, sulla povertà come “categoria teologale” e sulla necessità per i cristiani di dirigersi verso le “periferie del mondo e dell’esistenza”. Padre José Maria non si è arrabbiato coi primi e non ha gonfiato il petto coi secondi. Ha colpito la totale assenza di pose in lui: esposizioni all’insegna dell’umiltà, della semplicità. Certo, non con l’efficacia comunicativa di un papa Francesco, ma nemmeno, grazie a Dio, con l’arroganza e l’estremismo adolescenziale e narcisista di certi preti di frontiera o missionari “profetici” noti in Italia.

Lui mette veramente gli altri davanti a sé. Trascorsi tre giorni a Rimini, si è diretto prima ad Assisi, a visitare il sepolcro del santo che ha ispirato il suo ingresso in seminario, e poi a Roma da un altro Francesco, al quale doveva consegnare una valigia piena di messaggi e doni da parte dei poveri di Buenos Aires e dintorni. Silvina Premat, la giornalista argentina autrice della recentissima biografia di lui, così sintetizza il suo modo di essere: «Obbedienza e docilità di fronte alla realtà, e non alle sue idee o ai suoi gusti; valorizzazione del meglio che ogni persona ha in sé e invito a porre questa capacità al servizio degli altri». A Tempi si è raccontato nel modo che segue.

Padre Pepe, lei è stato descritto come “un prete povero fra i poveri”. Perché ha deciso di vivere la sua vocazione sacerdotale in questo modo?
È nata così. Ho appreso lo spirito di servizio nella mia famiglia, e sono stato colpito sin da bambino dalla figura di san Francesco d’Assisi. Durante gli anni del seminario mi hanno emozionato le storie di quei sacerdoti e religiosi latinoamericani che hanno scelto per una Chiesa povera fra i poveri. In particolare la figura di Carlos Mugica, un prete argentino nelle villa miserias che fu assassinato nel 1974. Per quanto riguarda il mio metodo pastorale, il riferimento è san Giovanni Bosco: ovunque bisognerebbe creare esperienze come l’oratorio di Valdocco, che è anche un modo molto sano di vivere il sacerdozio. 

I poveri per lei sono stati una scoperta o già conosceva il loro mondo prima di diventare parroco nelle villas miserias?
All’inizio ci si avvicina a questi quartieri pensando che abbiamo molto da dargli. E infatti c’è molto da fare per dare a questi fratelli una vita degna. Ma presto ci si rende conto che i poveri ti insegnano di più e ti offrono di più di quello che tu lasci a loro. Quando te ne vai, pensi che in definitiva hai ricevuto più di quello che hai potuto dare. 

Si parla molto dei suoi rapporti con l’allora arcivescovo Bergoglio.
Mai ho sperimentato una compagnia così forte e decisa come quella del nostro vescovo. È sempre stato vicino al nostro gruppo di sacerdoti con semplicità, accompagnando le nostre iniziative, visitando i quartieri e condividendo la realtà della gente del posto senza impartire lezioni, solo per incontrare. Non si è limitato ad appoggiarci dall’arcivescovado, si è coinvolto con noi, si è compromesso appoggiando le nostre dichiarazioni pubbliche.

Nel 2010 lei ha lasciato la parrocchia della Villa 21 per una diocesi del nord, due anni dopo è tornato a sud, in un altro quartiere povero.
Nel 2009 fui minacciato di morte dai narcotrafficanti e, come sapete, Bergoglio mi difese pubblicamente. Però le minacce in seguito vennero estese ai collaboratori della mia équipe, e allora decisi di andarmene per non mettere in pericolo la loro vita. Quando le acque si sono calmate, sono tornato a Buenos Aires, e ho portato l’esperienza dei preti delle villas in un altro quartiere povero dove essa non era presente.

In cosa consiste la ricchezza dei poveri alla quale alludeva prima?
È una ricchezza che si coglie se li si guarda nel modo giusto, come fa papa Francesco. A partire da tale sguardo, nei poveri troviamo una grande ricchezza spirituale: il povero è molto più aperto di noi nell’accettare Dio e i suoi comandamenti, perché non è distratto da potere, fama o ricchezza materiale. È più disponibile di noi all’incontro con Dio: la grande ricchezza del povero è di poter comunicare con Dio meglio di chiunque altro. Inoltre nelle villas si incontra una grande ricchezza culturale, perché ci sono abitanti di tutti i paesi dell’America Latina: paraguayani, boliviani, peruviani, argentini che esprimono la propria cultura nella musica, nella danza, nelle manifestazioni di fede popolare, nelle tradizioni ancestrali. 

Come sacerdote, lei aveva il compito di portare la fede ai poveri, ma ha scoperto che già ce l’avevano. Com’è la fede di questi poveri? E lei cosa ha portato a loro?
È una fede molto semplice, un cattolicesimo popolare, per niente secolarizzato e tanto meno clericale; una religiosità che proviene da una tradizione familiare, da insegnamenti trasmessi di generazione in generazione. Il nostro compito, non solo come sacerdoti delle villas ma come Chiesa, è di accompagnarla e di organizzarla. È una fede che ha una forza abbastanza grande per farsi carico delle proposte che noi facciamo: è molto più facile attuare un’azione di solidarietà comunitaria in una villa che in un quartiere normale. 

Lei e gli altri preti dei quartieri poveri avete dato vita a molte opere sociali ed educative. Quali criteri bisogna seguire perché queste iniziative abbiano un vero successo?
Anzitutto le opere devono rispondere alle necessità impellenti del quartiere. Abbiamo cominciato creando scuole perché le villas miserias ne sono totalmente sprovviste, a causa di una latitanza dello Stato che dura da quarant’anni. La prima cosa che si vede è che bambini e giovani dei nostri quartieri hanno bisogno di spazi educativi. Le scuole più grandi e importanti che abbiamo promosso sono quelle professionali, per permettere ai giovani di presentarsi sul mercato del lavoro, di trovare un’occupazione e affrontare la vita.  

Nella Chiesa non ci sono solo i poveri: c’è anche la classe media e ci sono i ricchi. Questo si riflette anche sui sacerdoti, che svolgono la loro azione pastorale in contesti socio-economici differenti. Com’è la convivenza in una Chiesa plurale ma anche diseguale dal punto di vista socio-economico?
Uno dei documenti più importanti che abbiamo redatto come gruppo dei sacerdoti delle villas si intitola Interacción urbana. Lo abbiamo scritto nel 2007. In esso si legge che i diversi quartieri della città devono condividere di più. A partire dalla condivisione del proprio sapere, perché ognuno di essi ha i suoi valori e le sue ricchezze: le villas come gli altri quartieri. La Chiesa dà il buon esempio a questo riguardo, perché molti giovani delle parrocchie dei quartieri della classe media o di quella benestante vengono nelle villas ad aiutare. È stato ed è uno scambio molto interessante, perché molti di questi giovani all’inizio visitavano per la prima volta le villas, per la prima volta vedevano come vivevano i loro fratelli residenti nella loro stessa città. Giudichiamo molto positivo questo scambio umano e lo consideriamo come l’immagine di ciò che dovrebbe realizzarsi in tutte le città. In generale i sacerdoti degli altri quartieri hanno appoggiato la nostra missione, e molte delle cose che facciamo, molte delle opere che animiamo, sono state possibili grazie al coinvolgimento di questi altri quartieri e delle loro parrocchie.

Lei è stato seminarista in un’epoca in cui la teologia della liberazione era tenuta in alta considerazione. Oggi se ne parla molto meno. Qual è stato il suo rapporto con questa teologia e cosa ne pensa oggi?
In seminario ho seguito corsi su “teologia e rivoluzione” insieme ad altri compagni perché ci interessava molto l’impegno dalla parte dei poveri e ci attraeva molto il fatto che la fede si esprimesse nelle lotte per le rivendicazioni sociali. Abbiamo fatto nostro quel che trovavamo più interessante nella teologia della liberazione. Ma in Argentina è molto forte la “teologia del pueblo”, della quale gli esponenti più grandi sono stati i padri Lucio Gera e Rafael Tello, deceduti poco tempo fa. Sono gli autori più importanti nella teologia argentina, quelli che hanno formato tutti noi, compreso il cardinal Bergoglio, il quale un anno fa, quando morì Gera, decise che fosse sepolto nella cripta della cattedrale, come segno della sua importanza per la Chiesa argentina e per la formazione dei sacerdoti. La “teologia del pueblo” si basa sul senso della fede che il popolo ha e sul dovere di ogni prete di apprendere i valori e gli insegnamenti che il popolo cristiano ci trasmette attraverso le sue decisioni. Allora non si tratta di analizzare il popolo dal punto di vista di una filosofia o di un’idea preconfezionata, ma di ascoltare ciò che il popolo dice attraverso le sue azioni, le sue decisioni, il suo modo di esprimersi culturalmente, socialmente e politicamente. 

Ogni iniziativa riguardante i bisogni dei poveri contiene sempre i pericoli dell’assistenzialismo e del paternalismo di chi ha di più nei confronti di chi ha di meno. Come possiamo evitarli?
Credo che bisogna sempre tenere presente che i protagonisti debbono essere i poveri, nel nostro caso la gente delle villas, e la loro promozione. Bisogna essere consapevoli che occorre realizzare una co-dipendenza; attraverso il nostro lavoro dobbiamo generare attitudini, tirare fuori dalle persone le capacità che già hanno. Mi rallegra molto il fatto che alcuni degli insegnanti delle nostre scuole professionali sono ex allievi: all’inizio pochi avrebbero scommesso che sarebbe stato possibile, ma è andata proprio così! Oggi molti operatori dei nostri centri di recupero per tossicodipendenti sono giovani della villa, in alcuni casi ex tossicodipendenti! Il successo dei centri dipende più da loro che da chiunque altro.

Lei è stato sul punto di abbandonare il sacerdozio e sposarsi. Ma poi ha deciso di tornare a fare il prete. Come è avvenuta la scelta fra le due opzioni?
Ho sentito sempre molto intensamente la vocazione sacerdotale, anche in quell’anno durante il quale avevo lasciato la tonaca. Per tutto il tempo di quell’anno durante il quale ho vissuto con una donna, non saprei come dirlo, ma ho continuato a sentirmi prete, sacerdote. Quindi sono tornato, ma retrospettivamente considero quell’esperienza una cosa buona, perché mi ha insegnato a essere forte nelle mie decisioni. Nella vita ho attraversato momenti molto difficili, come quando sono stato minacciato; ho dovuto affrontare situazioni drammatiche nella villa, trovandomi davanti alla morte e alla violenza che hanno colpito persone a me vicine. La forza che mi è venuta dall’aver superato quel momento di crisi, che mi aveva portato all’abbandono temporaneo del sacerdozio, ha temprato il mio spirito. Oggi sono più capace di fermezza, più saldo nelle decisioni.

Continua a essere pericoloso vivere nelle villas? La violenza continua a dominare, perché?
Sì, a causa di due cose la cui diffusione è endemica per colpa dell’assenza dello Stato: le droghe e le armi. È normale che un gruppo criminale si insedi in un luogo nel quale lo Stato è assente.

La violenza colpisce anche le parrocchie?
In generale le strutture religiose sono rispettate, o comunque hanno meno problemi. Ma la violenza è endemica in tutta la villa.