“Oggi si gioca in dieci o dodici?”. Chi era Beccalossi

Di Pino Suriano
08 Maggio 2026
È scomparso un talento immenso e discontinuo, un calciatore che si sentiva inadeguato dentro il suo talento. Ritratto di un uomo che sapeva vedere "invisibili corridoi"
L'ex calciatore Evaristo Beccalossi (1956 - 2026) (Foto Ansa)
L'ex calciatore Evaristo Beccalossi (1956 - 2026) (Foto Ansa)

«Paragonare Mario Mauro a Blair? È come paragonare Beccalossi a Maradona». L’espressione maliziosa, che un articolo del Giornale attribuisce a Dario Franceschini, risale al 2009, anno in cui si parlava di una candidatura di Mario Mauro alla presidenza del Parlamento Europeo come potenziale sfidante del più noto leader britannico.

La similitudine era svalutante per entrambi gli italiani: c’erano numeri dieci che potevano pure atteggiarsi a fenomeni – era il crudele sottotesto – ma senza esserlo di fatto.

Evaristo Beccalossi, scomparso all’età di 69 anni, fenomeno lo era per davvero, ma solo ogni tanto. Fabrizio Biasin, in La storia dell’Inter in 50 ritratti (Edizioni Centauro), riporta una frase che girava spesso negli spogliatoi nerazzurri prima delle partite per descrivere il suo talento immenso e discontinuo: «Ma oggi giochiamo in dieci o in dodici?».

Cosa c’entro io?

Ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto intervistarlo. Il suo modo di parlare dei ricordi e delle esperienze portava con sé una consapevolezza interessante. Non parlo di una caratteristica comune nelle interviste ai personaggi famosi, spesso costruita a tavolino dai giornalisti, che è quella di associare ai ricordi di vita insegnamenti e massime edificanti. La sua consapevolezza mi è parsa sempre più concreta, portatrice di criteri nuovi, grandi domande, inedite attenzioni.

Quando un giornalista gli chiese dell’esclusione dalla rosa dei convocati di Spagna ’82, si aspettava forse da lui parole di rammarico, e invece… «mio padre mi aveva insegnato a trasformare una delusione in un’opportunità. E così seguii quel Mondiale come commentatore da Montecarlo: fu un mese bellissimo».

Beccalossi non aveva scelto di essere un numero dieci, non se ne sentiva all’altezza. «Il mio numero preferito era l’8, più snello ed elegante. Quando all’Inter mi proposero il 10 pensai a Mazzola, Suarez, Corso. Cosa c’entravo io con loro? La Gazzetta fece un inserto, ce l’ho ancora a casa: in copertina io e Platini, il mancino e il destro. Cosa c’entravo io con Michel?». Cosa c’entravo io? Il sentimento di inadeguatezza non diventava illusa auto-esaltazione ma domanda stupita.

Una calamita per i personaggi strani

Anche perché, “maledetto” in apparenza e ribelle, insofferente a schemi e gabbie anche tattiche («voglio morire ingestibile»), nascondeva al fondo una grande insicurezza. «Portavo i capelli lunghi per proteggermi, come fossero uno scudo o una corazza, anche se non mi piacevano». Anche le amicizie portavano il segno di questa timorosa incompiutezza, di questa malinconia: «Io ho la calamita per i personaggi strani e Franco Califano era così, diverso da tutti. Di notte non dormiva, forse per un senso di angoscia. Quando veniva a Brescia era d’obbligo vederci dopo il suo spettacolo, ma tutti i bar chiudevano e andavamo all’autogrill di Dalmine. Guardavamo le auto passare sotto. La malinconia? Parlavamo spesso anche di quella, soprattutto perché lui, che poteva avere tutto e mi presentava una ragazza nuova ogni sera, non trovava mai quella giusta, non riusciva a sistemare il cuore».

Le sue insicurezze e nascondimenti seppero però essere di insegnamento per gli altri, come quando divenne capo delegazione dell’Italia Under 19. «Luis Hasa dopo ogni passaggio sbagliato si copriva la faccia con la maglietta. Gli ho detto di piantarla e di essere felice delle sue qualità».

Come Maradona

Anche il suo sguardo sui particolari aveva qualcosa di poetico, un’inedita attenzione. Si fece colpire dal “rumore” di Maradona: «Ogni calciatore quando si muove in campo fa un rumore riconoscibile nella corsa, nelle movenze. Noi professionisti ce ne accorgiamo subito. Ecco, Diego era unico e irripetibile anche in questo».

«Beca, io e te siamo due 10, ricordati che subito dopo di te ci sono io, eh» diceva il Pibe de Oro, che nel tempo gli divenne amico. Naturalmente scherzava, ma chissà che lassù non siano altre le “gerarchie”, chissà che non abbia trovato uno di quelli che lui chiamava, per definire i suoi assist più belli, gli “invisibili corridoi”. Forse avrà davvero il suo peso, adesso, ciò che gli interessava di più.

«Come vorresti essere ricordato? Come una persona vera».

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