Decreto lavoro: «Non andrà a regime prima di 6/12 mesi. Serviva uno strumento più agile»

Intervista al giuslavorista Michele Tiraboschi: «Le imprese non chiedono incentivi, ma la rimozione degli ostacoli burocratici e legislativi»

Il ministro del Lavoro Enrico Giovannini e il premier Enrico Letta hanno presentato il pacchetto di misure sul lavoro. «Un intervento significativo, coperto in parte con fondi nazionali e in parte con fondi europei», ha annunciato Letta. «Che coinvolgerà circa 200 mila persone», ha precisato Giovannini. Prudente la valutazione di Michele Tiraboschi, ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia e direttore del Centro studi internazionali Marco Biagi-Adapt sul lavoro e le relazioni industriali, che a tempi.it dichiara: «È un decreto di difficile lettura, pieno di rimandi e rinvii. Ci vorranno 6/12 mesi prima che vada a regime».

Tiraboschi, come giudica nel complesso il decreto Giovannini?
Le ventiquattro pagine del decreto (la legge Fornero ne aveva solo quattro) e i suoi 10 articoli e 100 commi introducono correttivi che non andranno a regime prima di 6/12 mesi, anche perché necessitano di ulteriori decreti attuativi. Io dico che, se l’obiettivo era davvero quello di semplificare e snellire il quadro burocratico e farraginoso di riferimento, non si è certo riusciti a conseguirlo.

Secondo lei di cosa c’era bisogno?
Di un decreto molto più agile che liberasse e introducesse subito misure contraddistinte da immediata eseguibilità. Questo decreto, invece, è di difficile lettura, è pieno di rimandi e rinvii – come, per esempio, quello al programma europeo Youth Guarantee la cui cabina di regia è tutt’altro meno che nazionale – e ci vorrà del tempo per studiarlo a fondo e comprenderlo.

Cosa introducono di nuovo tutti questi commi e articoli?
Il ministro ha parlato di incentivi per l’assunzione a tempo indeterminato per i giovani under 30 che dovrebbero portare 200 mila nuovi posti di lavoro grazie allo stanziamento di 800 milioni di euro per il Mezzogiorno. Vedremo. Tutti, però, sappiamo bene che, in Italia, la difficoltà più grande a trovare lavoro è per chi ha un’età compresa tra i 30 e i 35 anni e per gli over 50 esclusi dai processi produttivi. Riguardo ai primi, molto poco è stato fatto relativamente all’apprendistato, ai contratti a tempo determinato e al lavoro interinale. Positiva, invece, la decisione di dare incentivi a chi assume lavoratori disoccupati in Aspi, perché riprende la parte migliore della riforma Fornero, quella sugli ammortizzatori sociali.

Che cosa non funziona in questo schema?
Io penso che le aziende del Paese non abbiano bisogno di incentivi economici in questo momento; se proprio di risorse per abbassare la tassazione sul lavoro non ce n’è, sarebbe preferibile intervenire sugli enormi disincentivi burocratici e legislativi che ostacolano l’iniziativa di chi vuole assumere e non può. Sarebbe meglio, inoltre, adottare misure economiche subordinate ai territori e introdurre soluzioni innovative e sperimentali in vista dell’Expo per poi, magari, replicarle in futuro su scala nazionale se dovessero avere successo.