Dare agli avvocati il diritto di dire la propria sul lavoro dei magistrati? Giammai

Alla sola ipotesi che sia concesso un voto agli avvocati nei consigli giudiziari, la corrente di Davigo è arrivata a ventilare la possibilità di «infiltrazioni criminali»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Attenti ai “consigli giudiziari”, perché sono l’ultimo terreno di scontro tra magistratura associata e avvocati. Lo so, non ne avrete mai sentito parlare, e com’è sempre in questi casi non è un caso, perché i consigli giudiziari hanno un’importanza centrale nella vita della giustizia italiana: sono i 26 organismi distrettuali e collegiali (ce n’è uno per ogni corte d’appello) che hanno il delicato compito d’indagare su eventuali incompatibilità tra avvocati e toghe che operano nel medesimo distretto giudiziario, ma soprattutto stilano le “pagelle” dei magistrati che chiedono al Consiglio superiore della magistratura di essere nominati agli incarichi direttivi di procure e tribunali.

Per semplificare, i consigli giudiziari sono dei Csm in miniatura. Al loro interno, però, i rapporti di forza sono molto sbilanciati a sfavore degli avvocati. Sul sito del Csm, per esempio, si legge che «nei distretti con più di 350 magistrati, ne fanno parte dieci magistrati (sette giudicanti e tre inquirenti) e quattro componenti laici: un docente universitario e tre avvocati». Non basta. Perché gli avvocati possono votare solo su materie secondarie. Sugli avanzamenti di carriera dei magistrati, invece, così come sui provvedimenti disciplinari e sui tanti incarichi extragiudiziari delle toghe, i legali né hanno accesso alle pratiche, né possono votare.

Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha messo mano a un provvedimento che vorrebbe dare più peso ai difensori. L’ipotesi nasce da un’idea di Giovanni Canzio, dallo scorso dicembre primo presidente della Corte di cassazione: Canzio vorrebbe dare diritto di voto almeno al presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati, e attribuire loro maggiore interventismo nelle assemblee.

L’8 ottobre Orlando si è detto favorevole alla proposta. Ma la magistratura associata ha subito alzato barricate, in particolare il gruppo che fa capo al presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo. Dalla sua corrente, Autonomia e indipendenza, è infatti partito un comunicato molto duro soltanto all’ipotesi che l’avvocatura contribuisca a produrre le valutazioni di professionalità dei giudici. La corrente di Davigo, addirittura, è arrivata a ventilare la possibilità di «infiltrazioni criminali» capaci di determinare «rapporti patologici» tali da rendere sconsigliabile, o meglio «impossibile», il diritto di voto degli stessi avvocati nei consigli giudiziari.

In realtà, il voto degli avvocati (comunque minoritario) è un diritto sacrosanto. Ma il vero problema è un altro: il disegno di legge che riforma il processo penale, bloccato in Senato proprio per le contestazioni dei magistrati. Quel che Davigo & soci non riescono a digerire, in particolare, è l’articolo 18 della riforma, che prevede l’obbligo per i pm di «esercitare l’azione penale entro tre mesi dalla chiusura delle indagini preliminari», cioè la prima parte del procedimento, quella affidata alle sole mani del pm. Se non lo fanno, scatta il rischio di procedimenti disciplinari e dell’avocazione del fascicolo da parte della Procura generale.

Questi nuovi procedimenti disciplinari, va da sé, partirebbero proprio dai consigli giudiziari. Ecco: mettete insieme questa innovazione con un incremento del potere degli avvocati nei consigli stessi, e otterrete qualcosa di simile alla nitroglicerina. Ricordate sempre, infatti, che negli ultimi dieci anni (tra 2005 e 2014) le prescrizioni sono intervenute in 1.454.926 procedimenti penali: ma in 1.028.685 casi, il 70,7 per cento del totale, la prescrizione è arrivata durante le indagini preliminari. Vogliamo mica metterci a lavorare, vero?

Foto Ansa

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