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Danze memorabili raccontate da uno che ha ballato l’ultima volta nel 1967

maggio 13, 2017 Walter Veltroni

Mi sembra che, nelle varie discipline, si possa decifrare l’origine del mondo, la sua storia, le sue meravigliose differenze

L’ultima volta che ho ballato credo sia stato nel maggio del 1967. Da allora, stupidamente, mi sono sempre vergognato di farlo. Timidezza, poi riflessi di austerità politico-ideologica, infine la sensazione che fosse più bello vederlo che farlo. Ma il ballo mi piace enormemente. Mi sembra che, nelle varie discipline, si possa decifrare l’origine del mondo, la sua storia, le sue meravigliose differenze. Che il ballo, più ancora delle lingue che tendono ormai all’inglese come moderno esperanto, sia, in fondo, la cosa più simile all’arcobaleno che si possa conoscere.

Tutte le popolazioni del mondo hanno la “loro” danza. Figlia di generazioni che l’hanno tramandata fino a renderla eterna. In Ruanda una volta vidi una donna, in un villaggio sperduto, che stava da sola nella parte esterna della sua casa fatta di niente e danzava, sorridendo, con una radio a transistor incollata all’orecchio. Quella danza era la sua compagnia, il suo modo di esprimersi, la libertà del suo corpo e forse della sua mente.

Da ragazzo impazzivo per Fred Astaire e Gene Kelly, ho perso la testa per un film muto di Ettore Scola, Ballando Ballando, in cui in un solo locale scorreva la storia, raccontata dai balli. Mi ha commosso l’idea dei sorrisi delle danze del Front Populaire e, da sindaco, appena potevo, organizzavo dei balli in piazza, come facemmo per celebrare l’anniversario della liberazione di Roma dall’occupazione tedesca. Il ballo come dimostrazione che le catene sono rotte, il ballo come gioia, il ballo come energia.

O, ancora, la malinconia passionale di un tango di Carlos Gardel o la elegante frenesia di uno swing. Il ballo con il quale inizia La La Land, quello di Novecento o quello de Il gattopardo. Quello seducente di Nicole Kidman in Eyes Wide Shut o quello triste di Giulietta Masina e di Marcello Mastroianni in Ginger e Fred. Vorrei che alle migliaia di persone che, ovunque nel mondo, cercano di imparare a ballare o hanno già imparato fosse riconosciuta la patente di “giusto”. Quella che Borges concedeva ai giocatori di scacchi.

Foto Ansa

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