Coniugi arsi vivi in Pakistan. 44 arresti, ma i cristiani chiedono l’intervento dell’Onu perché i colpevoli non la facciano franca

Ricostruiti alcuni particolari della tragica vicenda dei due coniugi linciati per una falsa accusa di blasfemia. Il primo ministro promette condanne esemplari, ma la comunità cristiana non si fida

Shehzad Masih e Shama Bibi in una foto tratta da internet
Shehzad Masih e Shama Bibi in una foto tratta da internet

Si arricchisce di nuovi (tragici) particolari la vicenda dei due coniugi cristiani arsi vivi in Pakistan, in seguito a una falsa accusa di blasfemia. Secondo quanto si apprende di queste ore, i due giovani – il trentenne Shehzad Masih e la moglie Shama Bibi, 24 anni, incinta di quattro mesi, genitori di tre figli – erano tenuti in «condizioni di schiavitù» e «sequestrati per debiti» dal padrone della fabbrica di mattoni per la quale lavoravano in un villaggio a una trentina di chilometri da Lahore.

IL LINCIAGGIO. È quanto hanno raccontato i parenti delle due vittime riferendo che il datore di lavoro, in complicità con un mullah locale, avrebbe incitato la folla al linciaggio. A quanto pare, i due coniugi lavoravano per la ditta di Mohammed Yousuf per ripagare un debito che avevo nei suoi confronti. I due, come molti altri altri, lavoravano in condizioni pessime, svolgendo i lavori più pesanti e avevano deciso di scappare dal villaggio di Kot Radha Kishan nel Punjab, ormai stanchi dei continui soprusi. Questo sarebbe stato all’origine dell’ira di Yousuf che avrebbe, prima tenuto in ostaggio la donna, e poi fatto circolare la voce che lei avrebbe bruciato alcune pagine del testo sacro dell’islam. Secondo un’altra ricostruzione, invece, un netturbino avrebbe riferito all’imam che la donna, dopo aver fatto le pulizie nella casa del suocero, avrebbe gettato nella spazzatura il Corano, ritrovato tra i rifiuti davanti a casa.

44 ARRESTATI. Al di là dell’esatta dinamica, resta il fatto che i due hanno subito una fine terrificante tanto che ieri il primo ministro pakistano, Nawaz Sharif, ha promesso che non vi sarà «alcuna pietà» per i colpevoli di questo «crimine inaccettabile». Il primo ministro ha aggiunto che sarà impegno del governo «proteggere le minoranze del paese da violenza e ingiustizia» e promuovere «l’armonia tra le varie religioni».
Martedì la polizia ha arrestato 44 sospetti. Oltre 460 persone sono state denunciate per aver partecipato al linciaggio. La sicurezza nel quartiere cristiano è stata rafforzata e il consiglio degli Ulema ha condannato il gesto incolpando la polizia di essere stata negligente.

INTERVENGA L’ONU. Ieri la comunità cristiana è scesa in piazza in alcune città del Pakistan per protestare. Padre James Channan, direttore del “Peace center” di Lahore, ha chiesto l’intervento dell’Onu per «un esame obiettivo sulla legge di blasfemia, sulla sua strumentalizzazione e sulle sue conseguenze, urge una analisi attenta e neutrale. Chiediamo che una apposita commissione venga in Pakistan. Se questa legge non sarà fermata e corretta vi saranno altri incidenti e tragedie come questa». Il problema, ha detto il religioso, è che anche per episodi accaduti in passato poi nessuno dei colpevoli è stato punito.