Cristianesimo e povertà. Il problema è la ricchezza della fede, non solo quella del portafoglio

Cristo non è un amministratore delegato e il giudizio universale non sarà l’avvento di una cosmica agenzia di revisione dei conti. Chi ha si prenda cura di chi non ha

«Alcuni soffrono perché la Chiesa si è troppo adeguata ai parametri del mondo d’oggi; altri sono infastiditi perché ne resta ancora troppo estranea»: così scrive Papa Benedetto XVI, in un suo celebre lavoro sulla Chiesa.

Il teologo Ratzinger mette in evidenza, con il suo consueto acume e la sua solita velata ironia, il paradosso della contestazione contro la Chiesa che si scompone nella suddetta contraddizione.

Analogamente, si può rinvenire circa la problematica riguardante il messaggio cristiano e la povertà.

Da un lato, infatti, troneggia la beatitudine dei poveri proclamata da Cristo, dall’altro lato vige imperioso il comandamento morale di soccorrere i poveri che Cristo medesimo rappresentano.

Che fare dunque?

Se i poveri sono beati, come poterli sottrarre alla causa della loro stessa beatitudine, cioè la povertà, prestando loro il soccorso di cui necessitano?

Il paradosso etico-teologico non è di poco conto; nonostante ciò, vi sono due chiavi ermeneutiche che possono aiutare, sebbene con l’adozione di una il problema risulterà sostanzialmente insolubile, mentre con l’adozione della seconda si potrà pervenire ad una sua concreta soluzione.

Intendere la povertà, come oggi accade sempre più spesso, esclusivamente quale mancanza dei mezzi di sostentamento vitale che lasciano precipitare l’individuo nella totale indigenza socio-economica, significa fraintendere la povertà medesima, esprimendo la stessa secondo una concezione economica, quantitativa, materiale, che per quanto reale ed accattivante, non riesce tuttavia a render ragione fino in fondo della effettività della questione.

La santità che, attraverso la loro cristica beatitudine, attiene ai poveri non è, infatti, il risultato di una redazione di un bilancio, di un puro calcolo contabile di entrate ed uscite, di partite di giro, di dare e avere, di principi di cassa o di esercizio; ma è qualcosa di ben più profondo, di più autentico, forse per ciò stesso più difficilmente comprensibile, ma sicuramente più umano e decisamente più divino rispetto ad una mera operazione ragionieristica.

Se così non fosse le Scritture (Vecchio e Nuovo Testamento), i Padri della Chiesa, i Dottori della Chiesa, i Santi, il Catechismo e i documenti del Magistero cattolico di ogni tempo, non parlerebbero di confessione, di perdono dei peccati, di misericordia, di carità, bensì di rendicontazioni e dichiarazioni dei redditi, di condono economico, di esdebitazione pecuniaria, di trasparenza dei portafogli personali.

Non sarà santo chi avrà dimostrato di meno, ma chi avrà dimostrato di più, ovviamente non in termini monetari; Cristo non è un amministratore delegato e il giudizio universale, dunque, non sarà l’avvento di una cosmica agenzia di revisione dei conti.

Se la povertà evangelica fosse intesa materialisticamente, sarebbe necessario, per essere dei buoni cristiani, dapprima fare un paragone globale di tutti i redditi individuali, poi tutti coloro che hanno di più, dovrebbero dare a coloro non già che hanno di meno, ma a coloro che non hanno per nulla, in quanto, alla luce di questa logica perversa, anche chi ha poco avrebbe comunque di più rispetto a chi non ha niente.

Non appena, però, ciò fosse fatto, i vecchi poveri sarebbero i nuovi ricchi, e i vecchi ricchi sarebbero i nuovi poveri, per cui sarebbe necessario compiere la medesima operazione, ma in senso inverso.

Si appalesa tutta l’ingenuità di un simile meccanismo. Chi pensa la povertà evangelica in senso prettamente materiale, dovrebbe far i conti con una simile assurdità.

Si deve dunque adottare una ben diversa e opposta prospettiva.

La povertà evangelica deve essere compresa per ciò che in effetti è, come del resto lo stesso pubblicano, di mestiere esattore delle tasse, cioè pratico di danari e senso contabile, San Matteo riferisce nel suo Vangelo, cioè la povertà di spirito: «Beati i poveri in spirito», Mt. 5,3.

Occorre ammettere, tuttavia, che la povertà in spirito può essere intesa in due sensi opposti, sebbene con un comune centro di attrazione, cioè come lontananza da Cristo o come vicinanza a Cristo.

Nel primo caso, il povero di spirito è colui che non ha ancora trovato o sperimentato il messaggio del Vangelo, la ricchezza della grazia, per usare le parole di San Paolo agli Efesini (1,7).

Nel secondo caso, invece, il povero è colui che si è spogliato di ogni vanità e di ogni superbia consegnandosi completamente al Cristo dei Vangeli.

La correttezza di questa interpretazione, del resto, viene suggellata da S. Agostino che nel suo discorso n. 36 chiarisce che non è la ricchezza in sé ad ostacolare la propria salvezza, ma la malattia che dalla ricchezza può derivare, cioè l’aumento della superbia.

La ricchezza e la povertà, quindi, si riferiscono non già alle condizioni materiali, ma a quelle spirituali, cioè, in termini crudi, alla fede.

Ricco quindi è chi avrà fede, povero chi non avrà fede.

Addirittura, S. Agostino ricorda che il messaggio di salvezza del Cristianesimo non è rivolto ai soli poveri, ma anche ai ricchi, testimoniando in modo diretto ed inequivoco che la povertà e la ricchezza di cui si parla nei sacri testi non sono quelle materiali.

Così scrive per l’appunto S. Agostino: «Né è da pensarsi che i ricchi di questo mondo siano stati trascurati. Anche loro con la sua povertà si conquistò colui che, essendo ricco, si è fatto povero per noi. Se infatti li avesse trascurati e avesse ricusato d’ammetterli nel numero dei suoi, l’Apostolo non avrebbe comandato a Timoteo – come riferivo sopra – di impartire loro dei precetti dicendo: Comanda ai ricchi di questo mondo. Tra questi, coloro che son ricchi nella fede non sono che una porzione dei cosiddetti ricchi di questo mondo» (Sermo 36,5).

Questo non esclude ovviamente che il ricco in senso materiale debba e possa prendersi cura del povero in senso materiale.

S. Agostino spiega, interpretando gli insegnamenti di Cristo e le parole di San Paolo, che i beni materiali non devono esser buttati via, ma trasferiti altrove.
Scrive, infatti, l’Ipponate che «a questo deve giovarti la ricchezza: a non aver difficoltà nel fare elargizioni. Il povero vorrebbe ma non può, il ricco vuole e può. Distribuiscano con facilità, siano generosi, si accumulino per l’avvenire un tesoro posto su solide basi, in modo da conseguire la vera vita».

In definitiva, i ricchi sono tali, ma solo in senso più alto, cioè, sempre citando S. Agostino, «ricchi nel cuore, pieni di fortezza, ben pasciuti nella pietà, larghi nella carità».

La povertà e la ricchezza dei Vangeli hanno dunque una ben altra natura rispetto a ciò che una diffusa lettura riduzionista, povera e che a sua volta immiserisce all’un tempo sia il messaggio evangelico che tutti coloro che errando la predicano, tende ad attribuire ad esse.

Nell’epoca in cui anche la chiarezza dell’ovvio diventa remota ed oscura, occorre ribadire allora che l’espressione “economia della salvezza” non deve essere presa infantilmente alla lettera, ma compresa alla luce del suo spirito, cioè nel suo senso etimologico, nel suo orizzonte escatologico.

Anche in questo caso, dunque, sembra indispensabile tener presente quanto insegnato da San Paolo che in uno dei suoi più celebri passi ricorda per l’appunto che la lettera uccide, ma che invece è lo spirito che dà vita (2Cor. 3,6).