Così la Cina inonda il mercato di mascherine false

Il mercato delle mascherine, necessarie a tutto il mondo per contrastare il coronavirus, è diventato un Far West: il Dragone ne produce 116 milioni ma la domanda è di gran lunga maggiore. E così fioccano i truffatori

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Il ministero della Sanità olandese rispedisce al mittente 600 mila mascherine protettive acquistate dalla Cina, parte delle quali già distribuite agli ospedali, perché difettose: non coprono bene la bocca e non filtrano a sufficienza. In Spagna le autorità sanitarie ritirano 8 mila tamponi per il test rapido del coronavirus che erano già stati distribuiti nella regione di Madrid e non distribuiscono gli altri 50 mila che hanno ricevuto dalla Bioeasy Biotechnology di Shenzhen perché i risultati non sono attendibili. La ditta cinese si impegna a sostituirli «nei prossimi giorni», nel contesto di un ordinativo dalla Spagna di 640 mila test. In Turchia un membro della Commissione scientifica per il coronavirus del ministero della Sanità informa che le autorità turche hanno respinto una quantità imprecisata di tamponi per il test rapido del Covid-19 provenienti dalla Cina dopo averli sperimentati e scoperto che non davano risultati attendibili. Su altri 350 mila kit cinesi, in parte già disponibili e in parte in arrivo, non ci sarebbero invece problemi: i kit difettosi sarebbero stati a base di antigeni, mentre quelli che funzionano sono a base di anticorpi.

TROPPA DOMANDA, POCA OFFERTA

Che cosa sta succedendo alla grande offensiva geopolitica cinese per conquistare cuori, quote di mercato e insediamenti strategici in Occidente facendo leva sulla situazione creata dall’epidemia di Covid-19, cioè il disperato bisogno di presidi sanitari introvabili da parte dei paesi colpiti, che si rivolgono ai produttori cinesi per procurarsi ciò di cui hanno bisogno? Sta succedendo che la domanda supera di gran lunga l’offerta, e questo moltiplica in misura esponenziale truffe, raggiri, trappole, bidoni e inadempienze contrattuali che anche in condizioni normali sono molto comuni nel contesto degli scambi commerciali fra la Cina e gli altri paesi.

Le industrie manifatturiere cinesi hanno subìto un durissimo colpo dalla pandemia: hanno avuto una flessione i consumi interni ma soprattutto sono crollati gli ordinativi dall’estero, dove le misure di contenimento hanno azzoppato le attività economiche e quindi anche le importazioni. Per la prima volta dal 1992 il primo trimestre ha visto una flessione del Pil, probabilmente attorno al 5 per cento, e secondo molti analisti il 2020 sarà il peggiore anno per la crescita cinese (stimata fra l’1 e il 3 per cento) dal 1976. Adesso però arriva uno tsunami di richieste di mascherine protettive, tamponi per il test dell’infezione, respiratori, ecc. La domanda supera di gran lunga le capacità produttive delle aziende del settore, che normalmente producono nel rispetto degli standard fissati dall’Unione Europea e dalla FDA statunitense per poter esportare in tali aree. Centinaia di imprese cinesi che facevano tutt’altro si riciclano dal giorno alla notte in produttrici di presidi sanitari; faccendieri e intrallazzatori si offrono per facilitare transazioni commerciali di prodotti non a norma ma anche molto spesso inesistenti.

116 MILIONI DI MASCHERINE AL GIORNO

È un vero Far West, che non fa certamente piacere alle autorità cinesi, soprattutto quando gli incidenti riguardano paesi che Pechino ha messo seriamente nel mirino della sua Nuova via della seta. Quando invece si tratta di paesi avversari strategici della Cina, come è il caso degli Stati Uniti, le cose vanno in un modo un po’ diverso: le autorità comuniste non hanno interesse a controllare che i prodotti spediti laggiù siano di eccellente qualità e questo espone a infortuni commerciali gli importatori americani più degli europei.

Nei primi due mesi dell’anno, 8.950 nuovi produttori hanno cominciato a fabbricare mascherine in Cina, che già prima di allora immetteva sul mercato la metà del quantitativo mondiale. Secondo dati ufficiali cinesi, il paese sta ora producendo 116 milioni di mascherine al giorno, dodici volte di più della capacità produttiva cinese alla fine di dicembre. Molti hanno diversificato precedenti attività. Byd, una compagnia che normalmente produce automobili elettriche, dichiara di essere in grado di produrre 5 milioni di mascherine e 300 mila bottiglie di disinfettante al giorno. Sinopec, una delle più grandi aziende petrolchimiche cinesi, ha attrezzato due distinte linee di produzione per creare 1,2 milioni di mascherine chirurgiche al giorno e 1,2 milioni di respiratori in un arco di tempo imprecisato.

Foxconn, una compagnia di Taiwan che normalmente produce iPhone per conto della Apple e di altre compagnie nelle grandi fabbriche della Cina continentale, ha creato 10 milioni di mascherine per i propri dipendenti a febbraio e ora ne produce 2 milioni al giorno per i mercati di tutto il mondo. Ma accanto a queste storie di efficienza ce ne sono molte altre di latrocinio, che hanno colpito la Cina stessa e ora stanno colpendo il resto del mondo: finti respiratori prodotti in finte fabbriche insediate in fattorie, versioni adulterate del Clorox vendute in farmacia, sette milioni di mascherine inadeguate o contraffatte sequestrate in un sola provincia, ecc.

OCCHIO AI TRUFFATORI

«La prima cosa che facciamo è accertarci che il venditore esista veramente», scrive Dan Harris, avvocato americano dello studio legale Harris Bricken specializzato in transazioni commerciali fra Cina e Usa, subissato di richieste di assistenza legale da compratori americani:

«Abbiamo affidato a un nostro team di legali e paralegali bilingui di indagare sulle fabbriche in Cina e sui mediatori. Molte volte scopriamo che la compagnia che dichiara di essere la fabbrica cinese che produce protezioni in realtà è soltanto un mediatore che spera di disporre del prodotto se e quando riuscirà a far passare un ordine, o addirittura un truffatore che mira a tenersi il denaro comunque vada. Qualche tempo fa la Fda ha allentato le restrizioni su certe protezioni personali, ma sia la mascherina che la ditta cinese produttrice devono rispettare gli standard Niosh e Osha (standard americani sulla sicurezza della produzione – ndt). Nove certificazioni su dieci che abbiamo visto erano false. Uno dei problemi che continuiamo a notare è che le compagnie cinesi che producono calzini e giocattoli adesso sono nel mercato delle mascherine. Dunque abbiamo sedicenti fabbriche cinesi che in realtà sono mediatori o truffatori, vere fabbriche che non hanno idea di come deve essere il nuovo prodotto perché finora hanno fabbricato solo calzini e altre fabbriche cinesi che non sanno come vanno fatti i prodotti per rispettare gli standard americani: la confusione è completa. Il colmo della truffa lo abbiamo quando si registrano vendite dove all’acquirente che ha già pagato non viene consegnato nulla oppure prodotti inutilizzabili. Nelle ultime tre settimane ho parlato con tre compagnie ognuna delle quali ha perso più di un milione di dollari comprando mascherine. Due di esse avevano ordinato al loro solito fornitore, che però non era specializzato nella manifattura di protezioni personali. Queste due ditte facevano affari coi loro fornitori cinesi da almeno cinque anni, e recentemente hanno ordinato mascherine e pagato un milione di dollari. Una non ha ricevuto letteralmente niente, l’altra ha avuto delle mascherine che vanno bene per Halloween. Quest’ultima non disponeva del contratto cinese appropriato per specificare quello che stava acquistando».

LE SCAPPATOIE LEGALI

Il Financial Times del 31 marzo in un servizio affermava che «produttori cinesi di mascherine stanno approfittando di lacune nei processi normativi di Ue ed Usa per velocizzare la produzione e la vendita di equipaggiamento, in una corsa per stare dietro all’esplosione della domanda dall’estero. (…) Le tattiche usate dalle industrie manifatturiere cinesi comprendono descrizioni ingannevoli del prodotto e l’accelerazione delle procedure per testarlo». Nel caso dei tamponi che davano risultati errati in Spagna, le autorità locali hanno affermato di avere acquistato il prodotto perché fornito di certificazione Ue. Le certificazioni Ue e Fda negli Usa per nuovi produttori che fanno domanda seguono un processo rigoroso e prendono dai due ai sei mesi a seconda dei prodotti. Ma sul mercato ditte cinesi che hanno cominciato a produrre in febbraio hanno già venduto milioni di mascherine: è il caso della Shengjingtang Biotechnology di Liaoning che, sorta a febbraio, ha già venduto 20 milioni di mascherine negli Usa e 23 milioni in Europa.

Stando al Financial Times, le scappatoie che le nuove ditte cinesi utilizzano sono due, una per il mercato americano e una per quello europeo. Negli Usa non bisogna dichiarare che il materiale ha un uso “medico” o “chirurgico”, ma esclusivamente per la protezione personale: allora il tempo per il permesso si riduce a 10 giorni. In Europa «le norme Ue permettono di inserire gli equipaggiamenti medici in due distinti quadri legali. Le attrezzature per la protezione personale che includono maschere facciali usa e getta o riutilizzabili che garantiscono la protezione da rischi di particolato richiedono la certificazione di una parte terza. Invece i prodotti come le mascherine chirurgiche rientrano nella direttiva sulle attrezzature mediche, che permette l’autocertificazione». Fate passare le mascherine protettive per mascherine chirurgiche, e il gioco è fatto.

Foto Ansa