Vanno bene i corsi pomeridiani, «ma attenti a non “adultizzare” i bambini»

Secondo l’Istat i nostri figli hanno una fitta agenda di impegni dopo la scuola. Intervista alla psicologa Vittoria Maioli Sanese: «È l’esito della mancanza della famiglia»

Lunedì inglese, martedì nuoto, mercoledì basket, giovedì calcio, venerdì di nuovo inglese e sabato mattina partita del campionato. L’agenda dei bambini di oggi è sempre più fitta di impegni. Lo testimoniano i dati dell’Istat: il 64,4 per cento dei bambini tra i 6 e 10 anni (scuola elementare) frequenta un corso dopo la scuola e, di questi, il 30,8 per cento è inerente ad attività sportive. Fanno bene i genitori a cercare di accrescere in questo modo gli interessi dei più piccoli? Tempi.it lo ha chiesto a Vittoria Maioli Sanese, psicologa della coppia e del bambino.

Quanto c’è di buono e giusto nell’iscrivere i bambini a corsi nel tempo libero? 
È l’esito della mancanza della famiglia. Per carità, non c’è nulla di male a volere che il proprio bambino faccia qualcosa di salutare come ginnastica o impari l’inglese, ma è l’affollarsi dei corsi nei pomeriggi dei bambini che lascia trasparire la mancanza della famiglia. All’origine ci sono vuoti di relazione da riempire. Non c’è più la famiglia patriarcale, non si ha più una rete di cugini, di amici del vicinato con cui giocare, questi rapporti vanno sostituiti e creati a incastro. La famiglia è un soggetto individuale, il più delle volte chiuso in se stesso. E da questo l’appiglio ai corsi del tempo libero.

Quanto sono utili questi corsi?
Un tempo ci si affidava alla scuola per crescere i bambini. La scuola era una figura cardine, la famiglia era sicura che nelle ore scolastiche l’educazione del bambino fosse custodita. Oggi non è più così, la scuola è in crisi, quello che viene insegnato non viene ritenuto soddisfacente, e così si iscrivono i bambini a corsi supplementari. I bambini sono chiamati a essere super efficienti, anche più di quanto non vorrebbero. I genitori, purtroppo, sono costretti a orari lavorativi prolungati e ritengono sia meglio iscriverli a cinese o a nuoto, piuttosto che lasciarli a casa con una tata. Effettivamente, a parità di costi, il ragionamento ha una logica.

Anche i genitori hanno bisogno di questi corsi dopo scuola?
Così come i bambini fanno fatica a non avere più legami con parenti della stessa età o amichetti di quartiere, allo stesso modo succede ai genitori. Che trovano negli altri genitori, prima e dopo le lezioni, un modo per farsi nuovi amici, per condividere l’esperienza della genitorialità. Sono una risposta alla solitudine.

I genitori delegano ad altri l’educazione dei figli?
All’asilo nido le educatrici si prendono cura dello svezzamento, alla scuola materna insegnano come controllare gli sfinteri, liberandosi del pannolino, poi l’allenatore di calcetto insegnerà come obbedire agli ordini. Così in uno dei processi più importanti dell’apprendimento del bambino, quello dell’accettazione dell’autorità, si perde di vista la figura fondamentale. Agli occhi del bambino diventa quasi più importante quando apprende dall’insegnante di turno che dai suoi genitori.

Tra scuola, compiti e corsi del dopo scuola i bambini non hanno più un attimo per giocare.
La famiglia diventa il mezzo strumentale, il procacciatore di studenti, senza i soldi dei genitori non ci sarebbero le iscrizioni ai corsi. Che però non sono certo da demonizzare. Il problema non è cosa imparano, ma chiedersi se sia davvero necessario imparare tutti i giorni qualcosa di nuovo. Si vuole “adultizzare” i bambini, si richiede che loro abbiano un’agenda fitta ogni giorno, che siano competitivi con se stessi, nel caso di discipline singole, e con gli altri, nel caso di discipline di squadra. Sono gli adulti che li spingono a essere così, quando dagli spalti dei campetti amatoriali urlano ai loro figli “vai e spaccagli le gambe”, riferito a una partita tra pulcini. Si chiede ai bambini competenze da adulti, ma sono gli adulti stessi che dovrebbero chiedersi se loro, in primis, le hanno.