Corinaldo e i confini rudimentali del mistero

Ogni tragedia porta con sé dei momenti di verità e delle domande vertiginose più interessanti delle soluzioni a buon mercato

La tragedia di Corinaldo colpisce ciascuno di noi, lasciandoci storditi. Sembra impossibile che tanti giovani possano essere morti durante una festa, alla ricerca di una serata spensierata. Cercavano la vita ed hanno incontrato la morte. È una vicenda che pone tante domande: perché ragazzini, così piccoli, in attesa da ore, per un concerto che non inizia? Perché, stipati come polli, in molti già ubriachi? Perché tanta leggerezza, in chi sa che un gesto pericoloso può causare panico incontrollato? Perché, a dieci o dodici anni, a centinaia per ascoltare chi inneggia alla droga, al sesso ed ai soldi facili? Perché noi genitori regaliamo queste nottate-premio ai nostri bimbi? Domande spinose, eppure insufficienti. Cogliamo, al fondo, dell’altro da scavare: qual è il ruolo di un padre e di una madre, come guardare il proprio figlio, quale prospettiva indicare ad un ragazzino che pone le prime domande da uomo? E, ancor prima, come non tradire il desiderio di cui è fatto il cuore? Corinaldo, paese natale di santa Maria Goretti, segna forse uno spartiacque per noi genitori, assopiti ed anestetizzati, ma sopratutto impreparati ad accompagnare una vita che grida la domanda di significato. Un giovane seminarista lombardo, Alessandro Galimberti, prima di morire, ha scritto: «Non affannarti amico. Guarda come è verde l’erba dei campi e come sono colorati e profumati i fiori nei prati. Gesù ha sempre amato le cose belle, ecco perché ha creato l’uomo!». Ricordiamo questo invito, quando guardiamo nostro figlio negli occhi.
Francesco Nocelli, Ancona

Su questa tragedia ho letto un po’ di giornali, ma con poca soddisfazione. Molte prediche e molte prediche contro le prediche. Su consiglio dell’amico Leone Grotti ho guardato i servizi del Tg1 del 9 dicembre dove si dà conto della disgrazia alla Lanterna azzurra. C’è un po’ di tutto: la cronaca dell’accaduto, la droga, lo sballo, le lacrime, la richiesta di giustizia, l’intervista al rapper tatuato che invita a comportarsi bene (?!). Un bel marasma. Però, tra le pieghe dei vari discorsi, c’è un momento di verità,  un “momento apocalittico” mi verrebbe da dire, nel senso etimologico del termine, cioè di chiarezza, rivelazione. Ogni tragedia, ogni disgrazia porta con sé un attimo come questo. È come se nella baraonda e nella confusione, persino nell’impaccio di non saper bene cosa dire o fare, ci sia sempre un momento in cui, seppur un po’ intontiti, si percepisse come stanno le cose. Come stanno veramente le cose.

Non è un caso che tale intuizione affiori flebile nelle parole di chi la tragedia l’ha vissuta sulla propria pelle. Nei servizi del Tg1 lo si percepisce dalle parole dei genitori di Alice, la ragazza che è uscita dal coma per «un miracolo». «Da oggi festeggeremo il 9 dicembre come una festa», dice il padre. E anche nelle parole elementari dei compagni di squadra di Michele, il giovane calciatore, cui i ragazzi hanno portato un video del suo idolo, Totti, e sono rimasti in ospedale per partecipare alla veglia, per «pregare». Così, a occhio, non mi pare che quei genitori o quei ragazzi siano molto diversi da tutti i genitori e tutti i ragazzi che si vedono in giro. Eppure c’è nel loro sgomento davanti a un compagno in fin di vita o nella loro felicità per aver ri-ottenuto una figlia che temevano persa una questione che non andrebbe fatta cadere, non andrebbe dimenticata.

Che si viva nell’epoca in cui «tutto cospira a tacere di noi», mi pare assodato. Ma, appunto, nelle parole semplici di quei ragazzi e di quei genitori mi pare di riconoscere il tono di voce di chi non vuole più accettare la cospirazione. Di chi ha rimesso a posto le cose, ha riconsegnato alla realtà le sue priorità e il suo ordine, senza farsi stordire da nessuna musica di sottofondo che sia quella del trap o quella delle soluzioni a buon mercato. Tutte cose in secondo piano, ora.

La tragedia fa percepire i confini rudimentali del mistero della vita. A che vale? Perché mi è capitata questa cosa? Chi ringraziare perché non ci è stata tolta? A chi chiedere che sia salvata? Come piangere i nostri morti?
Lo sgomento, da un lato, e la necessità stringersi umanamente ai sofferenti, dall’altro, sono posizioni vertiginose, difficili da mantenere a lungo. Le tragedie sollevano domande più interessanti di risposte dettate dalla fretta di chi vuole mettere a posto le cose (determinare la cause, trovare i colpevoli, voltare pagina). Servirebbero degli adulti capaci di “sostenere” questa posizione, indicare un cammino, accompagnare a percorrerlo. Peggio di una tragedia c’è solo una tragedia senza senso.

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