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Controcultura è Jannacci altro che Rolling Stone e il suo papismo selfie

marzo 24, 2017 Luigi Amicone

La tristezza non è mai mai sbucata da una visione entusiasta o impaurita del mondo. È qualcosa di insito, di originale, dell’essere che dice “Io”. È un lato fenomenico della ragione

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Per dirla con le parole di una persona cara, la vita è triste. E aggiungo io, meglio così. Meglio che sia triste perché altrimenti non ci sarebbe scampo alla disperazione. Cosa sarà la vita umana? Polvere di Allah? Mezzo cent di miliardi di reincarnazioni? Carne impaziente sottovuoto nell’universo? E via metaforizzando, ben si intenda, inchinandoci noi all’eroismo di uomini che hanno immaginato le religioni. Cioè un senso e una durata della vita al riparo dell’eternità. La tristezza, invece, non è mai stata una elaborazione immaginifica. Non è mai sbucata dal fondo di una visione entusiasta o impaurita del mondo. È qualcosa di insito, di tipico, di originale, dell’essere che dice “Io”. È un lato fenomenico della ragione umana. Che a furia di esercitare i cinque sensi tra le cose intorno e interne a sé, a un certo punto mormora: «Però, come sono finite! E come siamo spacciati!». Di questo lato dell’uomo pensante, mi viene in mente un grande interprete. Enzo Jannacci. Campione (parere mio) della «tristitia mundi mortem operatur». «Sfiorisci bel fiore». Altro che “Ragion pura”. Non potevi dargli a bere l’antico “dover essere” o il moderno “ben essere”. Finiti. Spacciati. Così, un bel giorno ho capito perché certi miei amici sono diventati di colpo suoi fan. Perché il cantastorie li ha accolti di colpo come suoi amici. Succede all’indomani di quella parola pazzesca, nel gran clamore mediatico – ricordate? – che accompagnò l’eutanasia di Eluana Englaro. Una parola che Jannacci consegnò al Corriere della Sera. Vado a memoria. «Ci vorrebbe la carezza di Cristo».

Pargoletti pensieri, direte voi, per uno che semmai dovrebbe occuparsi di quanto è “rivoluzionario” questo infaticabile esternatore di papa Francesco. Estremamente popolare sui media. E stranamente dai media mai sbertucciato per “invasione” della politica piuttosto che per “ingerenza” vaticana. Sia come sia, resta l’evidenza che l’attuale Pontefice preferisce parlare dei licenziamenti a Sky piuttosto che dei “dubia” in Chiesa. Così, è proprio bella l’ennesima copertina che gli dedica Rolling Stone, a quattro anni dalla sua elezione. Ma che Bergoglio sia «talmente di buon senso che la sua solitudine comincia a essere palpabile», questo si capisce e non si capisce. Cosa avrà voluto dire l’autoproclamato “mensile di controcultura”? Per capirlo occorre ricollocare la citazione nel suo preciso contesto narrativo, sotto il titolo “‘No Jesus? No campo!’, Così parla il papa della selfie generation”, elaborato dall’inviato di Rolling Stone all’incontro tra Francesco e gli universitari della Sapienza. «È significativo il fatto che, durante il discorso, il Papa non abbia intonato nessuna preghiera, nessun rosario, dato nessuna benedizione? Sì. Francesco potrebbe essere un attore brechtiano, che porta in giro l’icona santa del Papa vestito di bianco come una specie di sagoma col buco per metterci dentro la faccia, fare le foto ricordo, i selfie, e intanto dedicarsi al suo vero compito, che è quello di dire delle cose talmente di buon senso che la sua solitudine comincia a essere palpabile».

«Cardinali vestiti da cardinali»
Non so se sia un complimento. Però, come si apprende nel finale di articolo, si capisce che il Papa è buono perché la Chiesa è cattiva (e poi ci sono questi «cardinali vestiti da cardinali», «buona conoscenza degli strateghi di Trump»). Tutto ciò non toglie il sincero apprezzamento. La controcultura patinata ha fatto centro? Sì. Illustrando la periferia milanese da cui Francesco inaugurerà la sua giornata ambrosiana il prossimo 25 marzo. Editorialeggiando la stessa periferia dalla quale «la realtà si vede meglio» con la penna del più quotato giornalista di corte vaticana. Riproponendo l’Ermanno Olmi del Gesù poveraccista e Centochiodi (nell’intervista Bergoglio «è come il pane fatto in casa»). E infine sospettando, per bocca del direttore della Civiltà Cattolica (il quale a sua volta rivela che la fonte del sospetto «è un leader musulmano»), «che il 13 marzo 2013 non sia stato eletto solo il capo della Chiesa cattolica, ma un leader morale del mondo». Vero. Anche se al momento non ricordiamo un papa che non sia stato anche «un leader morale del mondo».
Quanto a Jannacci, ho una storia che la sua arte avrebbe tradotto in canzone. La canzone di Pasqualino. Il bambino di campagna e compagno di giochi che vedevo passare al mattino e ripassare la sera reggendo con le mani la coda di un asino. Rimasto orfano, se ne andò con la testa su per le nuvole e visse (vive) di stenti e solitudine. Quando l’ho rivisto dopo mezzo secolo, ed ero proprio sicuro che non mi avrebbe riconosciuto, ecco qualcosa del misterioso mondo della vita.
«Luigi, ce l’hai un euro per il caffè?».
Ottimo Rolling Stone. Ma alla fine la verità più musicale l’ha cantata il diversamente Jannacci don Gianni Baget Bozzo. «Ciò che viviamo oggi è una civiltà in cui Dio è una Presenza non guardata».

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