«Come puoi credere che Dio abbia un figlio?». L’odissea di Ramses, «rapito per 93 giorni perché cristiano»

Il medico di 63 anni è stato liberato per 200 mila dollari. Gli estremisti hanno cercato di convertirlo all’islam, senza riuscirci, e lui in prigionia ha riscoperto la fede

«Non possiamo tagliargli la testa. Ci sono tanti altri cristiani, noi abbiamo bisogno di soldi e le famiglie pagano solo se sanno che avranno i loro familiari indietro vivi». I rapitori di Wadie Ramses, medico egiziano di 63 anni, hanno parlato a lungo in questo modo davanti a lui, disquisendo se decapitarlo o torturarlo, ma lasciandolo vivo.
La storia del rapimento di questo cristiano, che oggi lavora in una clinica della Chiesa copta ortodossa al Cairo ma che è stato rapito nella sua città, ad Al Arish, aiuta a gettare una luce su come i cristiani siano trattati e discriminati in Egitto. I rapitori, infatti, non si sono limitati a estorcere ai suoi familiari 200 mila dollari; prima hanno cercato di convertire l’uomo all’islam.

92 GIORNI. Per 92 giorni, a partire dal 14 giugno 2014, Ramses è stato tenuto prigioniero bendato e ammanettato in una tenda nel deserto. I suoi rapitori si rivolgevano a lui chiamandolo «ateo» e «maiale» e l’hanno picchiato fino a fratturargli due costole e un braccio. Gli davano da mangiare solo qualche fetta di pane e da bere solo pochi bicchieri d’acqua inquinata, mentre lo trasportavano in un’altra tenda per effettuare le telefonate ai familiari e ottenere il riscatto.

CORANO E FRUSTATE. Durante il tragitto, rivela l’uomo a Crux, gli leggevano il Corano e se Ramses si rifiutava di lasciarsi illuminare dai quei versetti, lo frustavano. «Mi dicevano che noi cristiani abbiamo riscritto la Bibbia, falsificandola rimuovendo dei versetti. Mi chiedevano, da uomo educato qual ero, come potessi credere che Dio avesse un figlio. Poi mi chiedevano se credevo nel Corano e quando dicevo di no, perché altrimenti sarei stato un musulmano, mi frustavano».

«RAPITO PERCHÉ CRISTIANO». Ramses è rimasto «in pace durante l’odissea, grazie alla fede». La stessa che ha motivato il suo sequestro: «Tutt’ora non so chi mi abbia rapito, ma l’hanno fatto perché sono cristiano». Infatti, secondo l’uomo, nella sua città c’erano medici musulmani che potevano pagare molto di più per un riscatto. Ma oltre all’odio che molti musulmani, in Egitto, nutrono verso i cristiani, c’è anche un altro motivo per cui è più facile rapire un cristiano: la polizia non si impegna per la liberazione.

POLIZIA INERTE. Una settimana prima di essere sequestrato, Ramses aveva appena scritto alla polizia criticando la loro inattività a riguardo della scomparsa di un altro cristiano di Al Arish. «Se mi avessero voluto liberare, avrebbero potuto farlo almeno 13 volte. Chiamavano sempre dallo stesso telefono e anche per parlare tra di loro stavano all’apparecchio anche per due ore di fila. Persino mio figlio è stato in grado di individuare il luogo dove mi tenevano prigioniero. Perché la polizia invece non ha fatto niente?».

MINACCE DI MORTE. Dopo la sua liberazione, Ramses ha raccontato la sua storia in televisione. Il giorno dopo ha ricevuto minacce di morte. Solo nel suo villaggio, molti cristiani sono stati uccisi. Magdy è stato decapitato e sul torace è stata impressa questa scritta: «Fatti aiutare da Tawadros adesso», in riferimento al “papa” della Chiesa copta ortodossa. «Ci uccidono perché siamo cristiani», riassume Ramses. Ma spesso le discriminazioni sono meno violente: l’uomo ricorda di una donna musulmana che dopo aver comprato un panino, si è accorta che il venditore era cristiano. Per questo ha cercato di farsi ridare i soldi, e davanti a un rifiuto, ha gettato il panino intero nel bidone, in segno di disprezzo.

«SONO ANCORA PECCATORE». Per quanto vivere in Egitto sia arduo per un cristiano, anche sotto l’attuale presidenza di Abdel Fattah al-Sisi, Ramses ha visto la sua fede crescere in mezzo alle difficoltà: «Mi ero dimenticato come si prega, come si parla con Dio. Durante il rapimento ho riscoperto queste cose. Nei primi 60 giorni ho ripensato a tutti gli errori che avevo compiuto e negli ultimi 30 ho chiesto a Dio la libertà per andarmi a confessare e tornare a Messa. Dio ha permesso che passassi attraverso tutto questo per rendermi una persona migliore». Anche se, ora che è libero, non ha ancora mantenuto tutto ciò che aveva promesso: «Sono ancora vivo, sono ancora un uomo, quindi sono ancora peccatore».

Foto Ansa