La (vera) storia dell’Ilva come nessuno ve l’ha mai raccontata

«I fatti dimostrano che le iniziative della magistratura assunte dopo il rilascio di AIA non hanno favorito la protezione dell’ambiente e la rimozione dei fattori di rischio per la salute». L’intervento dell’ex ministro al convegno Tempi-Panorama

Pubblichiamo il testo dell’intervento video pronunciato dall’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini al convegno “Giustizia? Esperienze a confronto per una riforma“, organizzato da Tempi e Panorama e trasmesso da Radio Radicale (Milano, 14 dicembre 2013).

Voglio ricordare alcuni passaggi della vicenda ILVA dai quali emergono le indicazioni per un pezzo della riforma della giustizia, quella che riguarda il ruolo della Magistratura in materia di autorizzazioni e controlli ambientali nel nostro paese.

Il 4 agosto 2011 è stata l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per ILVA di Taranto, dopo un’istruttoria di 5 anni, con 462 prescrizioni. Cinque anni è un tempo superiore 10 volte a quanto prevede la legge. E le 462 prescrizioni erano in gran parte in contraddizione tra loro e non applicabili, perché espressione di un compromesso “politico” tra la resistenza dell’impresa ad assumere impegni in linea con le migliori tecnologie disponibili e le istanze della Regione e degli Enti Locali in gran parte non sostenibili sul piano della fattibilità tecnica e giuridica

ILVA ricorre al TAR contro gran parte delle prescrizioni, ritenute in contrasto tra di loro e nei confronti delle norme vigenti.

Il TAR riconosce la fondatezza del ricorso di ILVA e disapplica una parte rilevante delle prescrizioni.

Nello stesso tempo, con valutazioni opposte a quelle del TAR, la Procura della Repubblica di Taranto rileva che l’AIA non è adeguata per risolvere le molte problematiche ambientali e per la salute causate dallo stabilimento ILVA.

Nel marzo 2012, per superare le contraddizioni ed uscire dalla situazione di stallo che si era venuta a creare, sulla base di gran parte delle valutazioni della procura della Repubblica di Taranto ho disposto la revisione dell’AIA.

Contestualmente al riesame dell’AIA, ho avviato una ricognizione sullo stato dell’ambiente nel territorio di Taranto. È stato messo in evidenza che molte iniziative strategiche per il risanamento ambientale di Taranto, programmate e finanziate a partire dalla fine degli anni Novanta, non erano state avviate o completate.

E straordinariamente, nessuno aveva avuto nulla da ridire.

In particolare

a) il piano di disinquinamento per il risanamento del territorio della provincia di Taranto, finanziato nel 1998 con 50 milioni di euro, era stato in gran parte disatteso;

b) le risorse destinate al risanamento ambientale del Mar Piccolo nel 2005 (26 milioni di euro) erano state successivamente destinate ad altri interventi nella regione Puglia;

c) le risorse stanziate per il risanamento del quartiere Tamburi di Taranto (49,4 milioni di euro) il 3 luglio 2007 erano state successivamente destinate ad altri progetti.

Nel luglio 2012, piuttosto che aprire un contenzioso con le Amministrazioni Regionale e Locali sugli interventi non realizzati ancorché finanziati, ho preferito “riallineare” le risorse ancora disponibili e individuare risorse aggiuntive per avviare concretamente e finalmente il piano di risanamento di un territorio contaminato da oltre 60 anni di attività industriali per molto tempo non controllate.

Intanto, il 26 ottobre 2012, dopo una procedura di sei mesi, ho rilasciato la nuova AIA, con la prescrizione dell’adeguamento degli impianti agli standard europei più severi e avanzati e che impone investimenti per 3 miliardi di euro.

Il 15 novembre 2012 ILVA ha accettato le prescrizioni e presentato il piano degli interventi per dare attuazione alla nuova AIA. Nello stesso tempo ILVA aveva ritirato tutti i contenziosi aperti nel 2011 e 2012 dall’azienda contro l’Amministrazione. Insomma, ILVA aveva finalmente deciso di allinearsi alle direttive europee, voltando pagina rispetto alla prassi “opaca” delle procedure e dei controlli che hanno contrassegnato decenni di relazioni tra Amministrazioni e azienda.

Il 26 novembre 2012 il GIP di Taranto, su proposta della Procura, ha disposto il sequestro dell’area “a freddo” dello stabilimento e dei prodotti finiti considerati “corpo del reato”.

L’iniziativa del GIP ha coinciso temporalmente con la data prevista per l’avvio da parte di ILVA delle attività stabilite dal piano degli interventi della nuova AIA.

Ne è conseguito un forte rallentamento del programma di risanamento ambientale che ha messo a rischio sia le misure per la protezione dell’ambiente e della salute, sia la stessa continuità produttiva.

Tra l’altro, l’iniziativa del GIP ha rischiato di compromettere l’evoluzione positiva dei rapporti tra ILVA ed amministrazione. A questo proposito va ricordato che ILVA, anche su mio suggerimento, aveva avanzato al GIP una richiesta di dissequestro con l’impegno di vincolare al finanziamento degli interventi previsti da AIA le risorse finanziarie – stimate in 1 miliardo di euro – derivanti dalla vendita dei prodotti sequestrati.

Richiesta non accolta dal GIP.

Per superare la situazione critica determinata dalla decisione del GIP, il Governo ha varato il 3 dicembre 2012 un decreto legge, convertito quasi all’unanimità con la legge 231 del 24 dicembre 2012.

Ma la Procura e il GIP di Taranto hanno presentato molte eccezioni di costituzionalità contro la legge e mantenuto il blocco dei prodotti finiti.

Il 9 aprile 2013 la Corte Costituzionale ha respinto le eccezioni di incostituzionalità sollevate dalla Procura della Repubblica e dal GIP di Taranto, rilevando peraltro che le misure di risanamento ambientale dello stabilimento corrispondono all’obiettivo della salvaguardia contestuale del diritto al lavoro e del diritto alla salute.

Tuttavia il GIP ha continuato a disapplicare la legge fino alla lettura del dispositivo della Corte Costituzionale, nella prima settimana di maggio 2013.

E appena poche settimane dopo, la Procura e il GIP di Taranto hanno disposto il sequestro preventivo “per equivalente“ di 8,1 miliardi, con l’effetto pratico di congelare risorse che l’impresa avrebbe dovuto utilizzare per il risanamento e la riparazione dei danni ambientali.

E di nuovo Governo e parlamento sono dovuti intervenire per evitare la disapplicazione dell’AIA e la crisi della siderurgia italiana, aprendo peraltro una fase molto discutibile di commissariamento di ILVA.

Vale la pena di osservare che se si fosse seguita la via maestra indicata dall’AIA, oggi ILVA sarebbe un cantiere aperto per la realizzazione di interventi tecnologici e gestionali basati sui nuovi standard europei per la siderurgia: ovvero i fatti dimostrano che le iniziative della magistratura assunte dopo il rilascio di AIA non hanno favorito la protezione dell’ambiente e la rimozione dei fattori di rischio per la salute.

Va ricordato che il 9 aprile la Corte Costituzionale aveva chiarito che l’individuazione degli obiettivi, delle misure e delle procedure per il risanamento ambientale degli impianti industriali è prerogativa dell’Amministrazione, e la magistratura non ha ruolo nel merito.

Tuttavia le iniziative della Procura e del GIP di Taranto dimostrano che permane da parte della Magistratura l’esercizio di funzioni concorrenti ed in conflitto con l’Amministrazione : funzioni concorrenti e conflitto alimentati anche dalla prassi di incaricare di funzioni di polizia giudiziaria a supporto della magistratura inquirente funzionari pubblici che svolgono funzioni proprie dell’amministrazione in materia di autorizzazioni e controlli ambientali.

In conclusione, la vicenda di ILVA, che non è unica in Italia, richiama l’urgenza di ristabilire con chiarezza la divisione dei compiti tra Amministrazione e Magistratura in materia di autorizzazioni e controlli ambientali delle attività industriali e più in generale di tutte le attività economiche, ivi incluse quelle relative alla realizzazione di infrastrutture ed opere di interesse pubblico spesso bloccate da interventi della Magistratura in conflitto con le Amministrazioni competenti.

E va infine sottolineato che l’incertezza della norma e la prassi consolidata dell’intervento della Magistratura in materia di autorizzazioni e controlli ambientali, costituiscono una barriera agli investimenti nel nostro paese ed alla riqualificazione ambientale e tecnologica della nostra struttura produttiva.

CORRADO CLINI
Ministro dell’Ambiente del Governo Monti