È questa la civiltà europea orientale, così cristiana e aperta. La splendida Odessa!

Tutti capiscono che questa ferita è assurda, e che alla fine è proprio Poroshenko a volerla protrarre. Vero o no, mi immergo in questa cultura e in una volontà di vita portentosa

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Com’è diversa la vita vera, concreta, spicciola, seria, piccola e grande delle persone da quella che raccontano le analisi geopolitiche e i reportage dalle capitali. Boris ha trascorso una settimana a Odessa, sul Mar Nero, Ucraina. Ancora adesso è bellissima come nella sua età d’oro. Ma non c’è nessuno straniero, non si vedono turisti sotto gli immensi faggi e i profumati tigli. È stata la città più cosmopolita dell’Ottocento. Ucraini, russi, genovesi, ebrei, turchi. Ero affascinato da questa città sin da ragazzino, ascoltando Odessa dei Bee Gees: evocava orizzonti speziati, cieli sfumati, navigli possenti. Per questo chiesi da deputato del Consiglio d’Europa, ben prima della rivoluzione di piazza Maidan e degli avvenimenti del Donbass e della Crimea, di essere inviato proprio nella regione di Odessa a osservare le elezioni presidenziali e poi quelle parlamentari ucraine per due volte, nel 2010 e nel 2012. Ogni volta prevalse Viktor Yanukovich, con il suo Partito delle Regioni (nel nome vi è palese il non-nazionalismo, la volontà delle autonomie). A Odessa non c’erano dubbi, vinse il partito detto filo-russo poi tramortito dalla rivolta (golpe?) di Kiev del 2014. Non registrammo, almeno nei giorni del voto, alcuna irregolarità.

La scalinata della Potëmkin domina la scena dal porto. Adesso c’è una guerra a bassa intensità tra l’est e l’ovest dell’Ucraina. Oppure è tra l’America e la Russia per interposta rivoluzione? Quanto soffrì Odessa durante la Seconda guerra mondiale. La occuparono i romeni, feroci alleati dei nazisti, e compirono stragi su stragi. Era già stata tramortita dalla carestia terroristica voluta da Stalin per annientare i contadini e realizzare la collettivizzazione. Affamati, i disgraziati abbandonavano i villaggi e arrivavano inutilmente a Odessa, perché lì c’è sempre stata abbondanza. Niente, morte.

Le strade sono piene di bellezza mercantile, di note musicali (Oistrakh, il massimo violinista del secolo scorso; Wiatoslaw Richter, pianista eccelso), di poesia (Gogol, Pushkin, Babel) e del grido delle madri cannibali di figli morenti (Vasilij Grossman in Vita e destino) e dei torturati.

Qui furono bruciati vivi nel 2014 cinquanta russi. Perché? Di certo quella rivoluzione di piazza Maidan è stata come le primavere arabe, ha promesso quel che non poteva mantenere, e forse è stata proprio fomentata per questo. Le famiglie sono divise nel loro interno, si sono separati mariti e mogli, perché erano intrecciate nazionalità e persino i pensieri politici. Con Stalin contavano le origini sociali e poi le nazionalità, che giustificarono deportazioni di popoli e gulag. Senza farsi troppo udire da entrambe le parti della barricata interiore, tutti capiscono che questa ferita è assurda, e che alla fine è proprio Poroshenko, il presidente miliardario filo-americano, a volerla protrarre. Vero o no, mi immergo in questa cultura e in una volontà di vita portentosa. Magnifica. E penso che questa è la civiltà europea orientale, così cristiana e aperta: Odessa!

A sessanta chilometri verso l’interno approdo in un luogo che si chiama Kirovo, ed ecco un podere che è tutto una distesa di rose, 700 specie, boccioli freschi e fiori spampanati, blu, vermigli, lillà, neri, candidi, screziati. Prima le vendevano alla Crimea e in Russia, ora faticano assai, ricevono qualche turista, a cui vendono a prezzi minuscoli, marmellata e vino di rose. I contadini profumati di rosa ci raccontano le loro peripezie, e noi scorgiamo la profondità tesa, piana, ricchissima e poverissima della sconfinata campagna. Ci sono solo rondini nel cielo, le cicogne riposano.

Boris non sa dare un giudizio. Non ne è capace. Se non che è pazzesco e tremendo come davvero siamo tutti uomini, tutti desiderosi di felicità. Tutti restiamo incantati quando un altro ci parla, e ci porge un bicchiere di vino, cognac, gazzosa, elisir che teneva in serbo per l’amico.

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