Ci vuole stoffa per diventare uomini

L’esperienza dei ragazzi della Scuola di abbigliamento Consvip a Napoli che sono diventati sarti grazie al Sistema Duale

cosvip napoli

Il più genuino manifesto dell’autostima che si possa immaginare recita così: «Nel mio piccolo c’è tanto. L’ho scoperto facendo il corso di formazione». Parole di Ivana, ma avrebbero potuto dirlo Fabio, Ciro, Antonietta (Tonia), Rosaria, Roberta, Robert o Carlo: i ragazzi della Scuola di abbigliamento Consvip a Napoli che sono diventati veri sarti grazie alla prima sperimentazione del Sistema Duale in Campania. Per la verità sono ancora allievi, manca ancora l’esame finale, ma la stoffa – mai metafora fu più calzante -, c’è. Basti dire che la presentazione della loro ultima collezione l’hanno fatta a Milano, presso la Spazio Campania che si trova nello stesso edificio della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana. È come se il ragazzino che giocava a pallone negli androni dei palazzi di Scampia di lì a tre anni si trovasse a calcare l’erba del San Paolo; come se la ragazzina che gorgheggiava spostandosi fra i grandi centri commerciali che segnano il territorio fra Arzano, Casoria e Afragola di lì a due anni si trovasse a dare spettacolo al Teatro San Carlo di Napoli. E veramente questi otto giovani arrivano da Scampia e da Arzano, da case famiglia e da periferie stanche.

Il Sistema Duale è un modello formativo integrato tra scuola e lavoro pensato per combattere la dispersione scolastica e insegnare una professione ai ragazzi che hanno abbandonato le aule senza adempiere l’obbligo di istruzione. Funziona quando chi pensa il corso, chi insegna (i docenti) e chi apprende (gli studenti corsisti) formano un triangolo appassionato. E siccome «dai loro frutti li riconoscerete», per capire che la scintilla era scoccata eccome bastava fare un salto il 10 gennaio scorso nel sobrio ma ampio (500 metri quadrati!) e invidiabilmente posizionato spazio espositivo che la Regione Campania da quasi un anno occupa a due passi dal Duomo di Milano. Jeans invecchiati, felpe con tasca a marsupio, tailleur color asfalto, casacche smanicate con tasche a toppa, mantelle con tasche a taglio vivo, pantaloni a vita alta con tasche a filetto: i ragazzi hanno imparato a disegnare i figurini, a realizzare i cartamodelli e a cucire questo e altro.

Di quasi tutti questi capi d’abbigliamento esiste la versione beige che giustifica il titolo della manifestazione: “Un caffè a Milano”; una delle trovate caratteristiche di questi sarti in erba è quella di tingere i capi con fondi di caffè riciclati. Una scelta platealmente identitaria, confermata dal fatto che al visitatore veniva gentilmente offerta la classica tazzulella di caffè espresso.

«Dopo che è stato approvato il progetto sperimentale e assegnati i fondi agli enti della formazione, è stato fatto un bando ufficiale sui giornali, ma non ha risposto nessuno», spiega Lia Fiore, direttrice generale di Consvip. «Così ci siamo rivolti alle nostre antenne sul territorio, che ci hanno segnalato i giovani che rispondevano ai requisiti e che potevano essere interessati. Alcuni ci hanno lasciato lungo il cammino, qualcuno si è inserito direttamente al secondo anno, questo gruppo che è qui a Milano ha completato il triennio, con le sue 990 ore all’anno comprensive delle lezioni e dell’alternanza studio-lavoro in aziende campane a partire dal secondo anno».

Sistema Duale ha voluto dire che accanto alle lezioni di italiano, inglese, matematica c’erano quelle per imparare a disegnare i figurini, a cucire, a gestire il marketing. «Con questi ragazzi non puoi usare il metodo scolastico formale: è a causa di quello che hanno abbandonato la scuola», racconta Mara, la tutor del corso. «Sono ragazzi che giudicano al volo gli adulti che incontrano: capiscono subito se ci tieni a loro, se vale la pena seguirti. Anzitutto abbiamo preso sul serio le loro richieste. Volevano realizzare prodotti che potessero prima di tutto servire a loro stessi, e noi li abbiamo accompagnati nel loro desiderio: siamo partiti dalle borse, poi siamo passati ai pantaloni, poi alle camicie». Ma non si devono immaginare insegnanti compiacenti. Le ore di educazione fisica sono state tutte dedicate al judo e alla scherma, discipline che esigono autocontrollo e concentrazione. Le escursioni didattiche hanno compreso pure il “trekking urbano”: «I ragazzi della loro età a Napoli non amano camminare: li si vede fermi tutto il giorno nello stesso posto, se si spostano lo fanno col motorino. Noi con loro abbiamo visitato la città camminando».

Decisivo il ruolo di Salvatore Caruso, il maestro sarto che li ha iniziati ai segreti della sartoria e che si è reso disponibile per offrire a tutti uno stage presso la sua azienda di famiglia a Calitri, provincia di Avellino. Per i corsisti è stata un’esperienza di vita oltre che un decisivo passo nella maturità professionale: hanno condiviso un appartamento e il lavoro quotidiano per il marchio di moda Nelle Grandi Fauci per due mesi. «Le cose che vedete qui raccontano il tempo che abbiamo vissuto insieme», sottolinea Salvatore. «Abbiamo dato la priorità ai laboratori per valorizzare i loro talenti. Non si è trattato di trasferire delle tecniche, ma di far venire fuori l’identità di ciascuno».

I ragazzi hanno creato la loro griffe (o fashion brand, come si dice adesso sottomettendosi all’egemonia anglofona), presentata per la prima volta nel marzo 2018. Di nome fa “StèQT”, che vorrebbe dire “statti quieto, stattene tranquillo”. Il logo è completato dal volto di un extraterrestre semicoperto da due delle tre dita della sua mano. Forse è un modo per dire che questa storia sembra arrivare da un altro pianeta. Una bella iperbole, ma per fortuna è una storia del nostro mondo.