Ci avessero provato i politici, a lamentarsi per il taglio delle ferie, li avrebbero impiccati ai lampioni

Dei magistrati invece si giustifica tutto. In Italia la sovranità appartiene sì al popolo, ma ormai solo le toghe sono ritenute idonee a esercitarla

Che cosa sarebbe successo se i segretari dei partiti politici fossero intervenuti contemporaneamente nelle venti più importanti città d’Italia, con in testa il cappello del comando, i generali dei carabinieri e i vescovi in prima fila, e avessero dinanzi ai problemi dell’Italia urlato che qualcuno gli sta tagliando le ferie, gli taglia la paga, e li vuole ammazzare di lavoro? Sarebbero stati come minimo impiccati ai lampioni. O, se fosse prevalsa la pietà, avrebbero chiamato gli infermieri. Di certo il giorno dopo i quotidiani e i talk show avrebbero suonato il tamburo dello scandalo e dello scotennamento.

Invece i magistrati hanno dedicato il giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a identificare la giustizia con le loro vacanze limate, e tutti si sprecano a spiegare che hanno le loro brave ragioni, che non è il caso di turbarne la serenità, limitandone il sacrosanto riposo, mica che si irritino troppo con la politica, e poi sono cavoli acidi per la Repubblica.

Per questo è stata accolta come il grido dei braccianti oppressi, la protesta del procuratore generale di Torino per la torva crudeltà contro i magistrati di Napoleone-Renzi, il quale li vuole “uccidere” amputandoli delle ferie, portandole da 45 a 30 giorni. Il procuratore Marcello Maddalena – di lui si tratta – esprime perfettamente e costantemente lo spirito del tempo. All’epoca gloriosa di Mani Pulite sostenne che «quello immediatamente successivo all’arresto è un “momento magico”». Ora, persa memoria del godimento che massimamente si esprime nella piacevolezza dell’arresto, dimentica le sofisticate gioie delle manette, e denuncia citando Orwell le torture subite dal governo, che con quel provvedimento taglia vacanze vuol «farli crepare di fatica». Ha detto proprio così.

Distinguo di qualche toga? Proteste della Cgil che si occupa di minatori e ferriere? Niente. E perché Il Fatto quotidiano intervista in ginocchio un signore importante che non vuole farsi togliere neanche una ciliegina dalla torta di panna e marzapane?

Siccome non sono un genio, mi accorgo adesso che esiste una tenaglia a due ganasce. C’è una fortissima coesione operativa tra due antipolitiche diversamente dislocate ma unite nella lotta. Il primo braccio è costituito dai capi e dai teorici dell’antipolitica militante in Parlamento e nei giornali; il secondo dall’antipolitica espressa nei quartieri signorili della magistratura. Un’alleanza tremenda. Più si tira giù la politica, più salta su la magistratura. E cresce l’idea che la sovranità appartenga sì al popolo, ma che gli unici idonei a esercitarla siano i membri della magistratura.

Come rileva Stefano Ceccanti, costituzionalista di rango: «C’è una corrente di pensiero per cui l’interprete vero del corpo elettorale, e più in generale della Costituzione, è la magistratura». Insomma: secondo questa scuola potentissima e operante, toghe e democrazia sono la stessa cosa. Non applicano la legge, ma la determinano, impongono al Parlamento di obbedire, proprio per quell’intima identificazione connaturata in loro tra senso di sé e potestà sovrana. Nessuno le ha elette, le toghe, ma si cooptano da sé, si giudicano e si innalzano, con un sistema leonardesco di leve, che impugnano sempre loro.

In questa chiave non sono gli eletti al Parlamento, tramite il volgare voto, i veri interpreti della volontà popolare. Com’è noto la corruzione domina l’Italia. Il voto come minimo è frutto di scambio mafioso. È bene che il criterio di verità per semplicità e comodità sia assegnato ai magistrati, i quali hanno incamerato in sé il senso del bene e del male.

Sono i sacerdoti che soli hanno il permesso di stare faccia a faccia con il divino. E i grillini e i fascisti di ogni colore sono i loro sacrestani.