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Centrafrica. «La visita del Papa? Una ventata di speranza, ma ora è rischiosa. Le nuove violenze non sono casuali»

novembre 13, 2015 Leone Grotti

Intervista a padre Aurelio Gazzera, missionario nel paese dal 1992: «Le forze dell’Onu ci hanno deluso. E adesso si inizia a parlare di Boko Haram»

«È da settembre che la situazione è peggiorata. Per noi è importantissima la visita di papa Francesco ma è molto rischiosa». Padre Aurelio Gazzera (foto in basso), missionario carmelitano in Centrafrica dal 1992, guarda con molta preoccupazione alle nuove violenze che stanno scoppiando nel paese africano.

PACE SVANITA. Il colpo di Stato di marzo 2013, i mesi di persecuzione a danno della popolazione cristiana da parte di ribelli islamisti provenienti da Ciad e Sudan, gli scontri tra bande di Selekaanti-balaka, sembrava che il Centrafrica fosse pronto a lasciarsi tutto questo alle spalle con un percorso di pacificazione culminato nel Forum di Bangui a maggio, due appuntamenti elettorali cruciali (il 13 e il 27 dicembre per referendum costituzionale ed elezioni) e la visita di papa Francesco prevista per il 29 novembre. Poi però a settembre sono ricominciati gli scontri.

«CHIESE BRUCIATE». «Le ultime violenze sono ben descritte in un documento preparato dall’arcidiocesi di Bangui», dichiara il missionario a tempi.it. «Io ho l’impressione che non siano casuali, c’è qualcuno nelle comunità musulmane ma anche nel governo che ha interesse a far rimanere alta la tensione». Dopo la morte di un musulmano, gruppi armati provenienti dal Km5, l’enclave islamica della capitale Bangui, hanno bruciato chiese, sgozzato cristiani, «scatenando la paura della gente e facendo fuggire migliaia di persone».

«DELUSI DALLE FORZE ONU». Nel convento del Carmel a Bangui, che si era finalmente quasi svuotato di tutti i rifugiati, «a metà settembre c’erano già 2.000 rifugiati, a ottobre 2.900, adesso sono saliti a 7.400». A combattersi questa volta ci sono, «oltre a Seleka e anti-balaka, anche moltissimi piccoli delinquenti». Questo è esattamente lo scenario che la missione dell’Onu (Minusca), operativa con 6 mila soldati da settembre dell’anno scorso, dovrebbe prevenire: «Siamo tutti delusi dalle forze dell’Onu», è sconsolato padre Gazzera. «Il governo ha fatto veramente poco, ma si può capire, ha poca autorità. La situazione dei caschi blu invece è preoccupante, perché sono qui da un anno, costano almeno un milione e mezzo di euro al giorno, anche se secondo me sono di più, e non intervengono».

L’UNICA STRADA BLOCCATA. Un esempio su tutti: «C’è una sola strada che collega la capitale al Camerun, è quella principale da cui provengono tutti i rifornimenti. Bene, è bloccata da mesi da bande di anti-balaka e piccoli delinquenti. Noi ci lamentiamo, perché quando ci sono i disordini la Minusca non interviene. Non riusciamo a capire se hanno consegne specifiche in questo senso o non hanno voglia di impegnarsi. Ma il risultato è che la violenza aumenta».

860 MILA SFOLLATI. Gli scontri per fortuna non si verificano a Bozoum, dove padre Gazzera è di stanza, ma oltre che nella capitale, è il caos completo anche a Batangafo (nord-ovest del paese), dove si trova un campo rifugiati dell’Onu: cinque persone sono state uccise da combattenti musulmani, come vendetta verso un precedente delitto, e 5.000 persone sono già dovute fuggire, portando il numero degli sfollati a circa 860 mila su una popolazione di 4 milioni e mezzo di persone. Eppure questo è proprio il momento in cui il paese avrebbe più bisogno di sicurezza.

LA VISITA DEL PAPA. A fine mese, infatti, dovrebbe arrivare il Papa per aprire la Porta santa in occasione dell’inizio dell’Anno della misericordia: «Noi speriamo che il Papa venga, ma non lo sappiamo ancora. In ballo non c’è solo la sua sicurezza, ma anche quella di tutti i centrafricani che andranno ad accoglierlo. Tutti per farlo dovranno passare dalla strada che conduce a Bangui e che ora è molto rischiosa: noi stessi da Bozoum difficilmente potremmo raggiungere la capitale. Papa Francesco voleva anche visitare una moschea ma penso non sarà fattibile perché la comunità musulmana è divisa: alcuni sono favorevoli ma è pieno di scalmanati molto pericolosi che si sono opposti».

aurelio-gazzera-centrafrica-cristiani-islam-seleka

«VENTATA DI SPERANZA». Che cosa significa per il paese la visita del Pontefice? «Significa molto, già solo che ci tenga a venire è una bella ventata di speranza. L’apertura della Porta santa è una cosa eccezionale e poi così il Centrafrica sarà finalmente sotto i riflettori, perché purtroppo la nostra crisi sembra non interessare a nessuno».

ELEZIONI IMPRATICABILI. Oltre al Papa, a dicembre arrivano referendum ed elezioni, sulle quali padre Gazzera è molto scettico: «Nazioni Unite e Francia spingono per farle. Ma le condizioni sono difficili, i candidati non possono muoversi per il paese per fare campagna elettorale e poi c’è ancora troppa tensione. Penso a che cosa succederà: ci sarà un vincitore e una marea di delusi. Questi staranno calmi per un po’, poi riprenderanno le armi perché non sono stati eletti. Non so perché Onu e Francia facciano così tante pressioni. Anche le ultime violenze, secondo me, sono perpetrate da persone che le sfruttano per poi sedersi al tavolo delle trattative».

ARRIVA BOKO HARAM? Qualche buona notizia c’è: i prefetti delle 16 prefetture del paese sono tornati ai loro posti, «ma da qui a rappresentare davvero una autorità effettiva ce ne passa. Sono poco protetti». C’è però anche una paura molto forte che comincia a serpeggiare tra la gente: «Per ora si tratta solo di voci, ma sembra che alcuni membri di Boko Haram siano già nel paese e si stiano organizzando. Ripeto, sono voci, ma la tensione è alta e ci sono troppe armi in giro». Perché il Centrafrica dovrebbe interessare ai terroristi islamici che stanno sconvolgendo la Nigeria e i paesi confinanti? «Noi siamo un po’ la cerniera tra l’Africa cristiana e animista e quella musulmana, come Ciad e Sudan. È chiaro che il Centrafrica attragga l’attenzione di tanti, per me è plausibile. Ma sono voci, io ancora non ho visto neanche un membro di Boko Haram».

Foto Ansa


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