Centrafrica, la testimonianza della Croce rossa: «Seppelliamo le vittime, operiamo i feriti. Ma la violenza è ancora diffusa»

Intervista a Jean-Yves Clemenzo, che segue per la Croce rossa internazionale l’Africa centrale e del sud, sulla situazione del Centrafrica dove vanno avanti gli scontri tra musulmani e cristiani

«Ogni giorno arrivano all’ospedale principale della capitale almeno venti persone che hanno bisogno di intervento chirurgico. La situazione nel paese è ancora tesa, a livello di allarme, e la violenza diffusa». Nonostante il presidente golpista Michel Djotodia sia stato costretto a dimettersi in favore del primo presidente (ad interim) donna del Centrafrica, Catherine Samba-Panza, non si fermano gli scontri nel paese africano dove da marzo sono morte almeno duemila persone, come riferisce dalla capitale Bangui a tempi.it Jean-Yves Clemenzo, che segue per la Croce rossa internazionale l’Africa centrale e del sud.

SELEKA E ANTI-BALAKA. Secondo le stime dell’Onu, almeno un milione di persone sono sfollate e vivono in campi profughi dopo aver perso tutto. A scatenare le violenze nel paese sono state le milizie di Djotodia, i ribelli islamisti della coalizione Seleka, che hanno vessato e attaccato senza pietà i cristiani con saccheggi, omicidi e ruberie continui. Questi, esasperati da mesi di violenze, si sono costituiti in gruppi cosiddetti anti-balaka, cioè anti-machete, per vendicarsi rinfocolando le violenze e facendo crescere il numero dei morti.

«COMUNITÀ IN GUERRA». «La scorsa settimana molti Seleka sono tornati in Ciad, da dove erano venuti. Dalla capitale tantissime persone, soprattutto musulmani, se ne sono andati a bordo di camion strapieni. Ma il livello delle violenze resta grave», dichiara Clemenzo. «Io non saprei dire se le violenze hanno origine religiosa, etnica o politica. Di sicuro le diverse comunità sono in guerra e noi ci aspettiamo che le autorità locali e internazionali facciano di più per far tornare la sicurezza e la stabilità nel paese».

L’IMPEGNO DELLA CROCE ROSSA. Solo pochi giorni fa, l’Onu lanciava questo allarme: «Il Centrafrica è a rischio genocidio». L’intervento dell’esercito francese e di migliaia di soldati dell’Unione Africana non sono bastati a fermare le violenze. La Croce rossa è impegnata per offrire soccorso alle vittime: «Noi aiutiamo il principale ospedale della capitale con un team di chirurghi – continua Clemenzo – Cerchiamo e portiamo i feriti all’ospedale e seppelliamo le vittime. Inoltre, ogni giorno preleviamo circa 200 mila litri d’acqua vicino al fiume e la portiamo nel campo profughi vicino all’aeroporto. L’Onu dice che lì ci sono 100 mila persone, ma nessuno sa davvero quanti sono. Noi offriamo un primo aiuto, costruiamo anche bagni pubblici e distribuiamo medicine, ma è chiaro che non basta».

«LA GENTE HA PAURA». La Croce rossa internazionale «dispiega anche uomini nel nord e nel centro del paese per monitorare la situazione umanitaria, cercare feriti e aiutarli portandoli all’ospedale. Ma il futuro del paese resta incerto, le violenze continuano, la gente ha paura e le forze internazionali devono fare di più».