Campbell: «Mai capitano in Nazionale perché nero». Ma la verità è un’altra e non c’entra col razzismo

«Fossi stato bianco sarei stato capitano dell’Inghilterra per più di dieci anni». Parole che pesano quelle che Sol Campbell, ex gigante delle difese di Tottenham, Arsenal e Portsmouth, ha inciso nella sua autobiografia di prossima uscita anticipata dal Sunday Times. Dalla sua più di 70 presenze con la maglia dei Three Lions spalmate in 9 anni di convocazioni, col sentore che sia stato proprio il razzismo silenzioso che domina i piani alti del pallone britannico a impedirgli di mettersi al braccio la fascia da leader della Nazionale: «Penso che la FA avesse preferito che non fossi nero. Avevo la credibilità e l’esperienza per essere capitano come lo ero nel mio club».

I CASI SUAREZ E TERRY. E un’accusa così non poteva che rimbombare con fragore sui giornali inglesi, in un mondo sportivo che il problema razzismo lo sente e acutizza ben più che da noi: ricordate la lunga squalifica a Suarez per gli insulti, mai provati, a Evra, o la vicenda di Terry, che portò anche alle dimissioni di Capello da ct della Nazionale? Tutti episodi che evidenziano un substrato alquanto sensibile al tema in una nazione che in passato, negli anni più bui degli hooligans e delle violenze, ha visto episodi di intolleranza assai gravi. Il clima è cambiato in Inghilterra sebbene il problema razzismo ci sia ancora, anche se troppe volte ci si trova ad affrontarlo con troppo allarmismo, pronti a bruciare sulla pubblica piazza chiunque s’avvicini minimamente all’accusa di intolleranza, senza andare troppo a verificare la realtà dei fatti. E così capita che per accertare la colpevolezza di Suarez ci si mise due mesi, con una squalifica a 8 giornate comminata senza alcun supporto video e solo su dichiarazioni dei due giocatori coinvolti. Per Terry, invece, ci vollero 9 mesi per arrivare a una sua assoluzione quando il caso arrivò di fronte alla giustizia ordinaria.

GLI ALTRI CAPITANI. Entrando nel merito, anche le parole di Sol Campbell lasciano un po’ perplessi, e suscitano il dubbio che l’ex Gunners sfrutti il problema del razzismo per avanzare rivendicazioni personali e, di fatto, fare vittimismo. In primis perché, se si guarda al periodo in cui il difensore ha giocato, gli sono stati preferiti giocatori che non è affatto scandaloso considerare più “leader” di lui: sul finire degli anni Novanta ci sono stati Shearer e Adams, poi è cominciata l’epopea di Beckham, e in seguito si sono alternati Terry, Gerrard, Ferdinand e, qualche volta, pure Ashley Cole. Forse la scelta talvolta ha avuto toni più glamour, ma questo è un altro discorso. Piuttosto, va sottolineato come gli ultimi due giocatori citati sono entrambi giocatori di colore, segno che questo presunto ostracismo razziale non era proprio così univoco. Se si guarda poi ai suoi anni all’Arsenal, le partite di Campbell da capitano non sono state così tante: all’inizio aveva davanti, anche qui, Adams, poi ci fu Vieira e infine Henry. È stato capitano solo al Portsmouth e, talvolta, al Tottenham.

TRE VOLTE PRESE LA FASCIA. Nella sua autobiografia, Campbell punta poi il dito contro Michael Owen, che qualche volta ricevette la fascia al braccio al suo posto: «Era un eccellente attaccante, ma non aveva nulla del capitano». E per certi aspetti è vero, Owen è stato atteso e strombazzato dall’Inghilterra come top player per anni e anni, con una carriera che poi si è rivelata al di sotto delle aspettative. Ma qui non serve farne un problema di preferenze con Campbell: dietro a quella fascia c’erano le speranze di tutta una nazione sportiva nell’aver trovato un nuovo talento in cui sperare. Si sceglieva lui, forse, solo per questo, e non certo per il colore della pelle. Infine, Campbell forse dimentica che per tre volte comunque la fascia gli è stata affidata: due volte nel ’98, un’altra nel 2005, con Eriksson allenatore. È vero, erano solo amichevoli, ma non basta per reggere l’accusa di essere stato totalmente escluso per questioni di pelle.