Cambogia, una legge per salvare le madri surrogate dal carcere (ma non dallo sfruttamento)

Una norma per rendere “meno vittime” le donne costrette dall’indigenza ad affittare l’utero. La nuova utopia di un paese in cui nemmeno l’incriminazione per traffico di esseri umani ferma il business della riproduzione

Una legge per salvare le madri surrogate dalla legge contro la maternità surrogata. Difficile dividere il mondo in sfruttati e sfruttatori quando il corpo umano fa il suo ingresso nell’economia di mercato. Tre donne cambogiane sono state accusate di aver violato le leggi sulla maternità surrogata e sulla tratta di esseri umani dopo aver dato alla luce i rispettivi bambini e averli consegnati ai loro committenti, coppie di facoltosi cittadini cinesi venuti a “ritirare” i piccoli in Vietnam. Ottomila dollari: questo il prezzo concordato per ogni bambino, da 15 a 20 anni di carcere la pena che rischiano di scontare ora le tre mamme per averli trasportati illegalmente oltre la frontiera.

UN’ONDATA DI ARRESTI

Quello delle tre donne è solo l’ultimo di una lunga serie di arresti che hanno portato il governo a decidere di rivedere le leggi contro la maternità surrogata. Lo scorso anno, a fine giugno, la polizia aveva incarcerato 33 donne ricoverate in un ospedale di Phnom Penh: «Non sapevo fosse illegale. Prima eravamo considerate vittime, ora invece ci accusano», si era difesa la giovane Malis confessando al Guardian che per il bambino che portava in grembo le erano stati promessi 9 mila dollari con i quali avrebbe potuto risanare un vecchio debito e sistemarsi. «Sono stata ingenua, altre donne nel mio villaggio l’hanno fatto. Ora però voglio tenere questo bambino, non importa quanti soldi mi offriranno»: dopo aver udito il primo vagito di suo figlio Malis aveva infatti deciso che non lo avrebbe consegnato alla coppia di cinesi che per lui avevano già sborsato il pattuito.

DIECIMILA DOLLARI A GRAVIDANZA

Ma anche se non si fosse ravveduta, la polizia della Cambogia non avrebbe permesso la compravendita: in Cambogia la maternità surrogata è vietata e punita dalla legge dal 2016 con una condanna da 1 a 6 mesi di prigione, pena che lievita fino a 20 anni nel caso in cui il bambino venga trasportato in braccio o in grembo oltreconfine per essere venduto. Una condanna che hanno rischiato altre 11 donne incarcerate a novembre e che hanno confessato alla Thomson Reuters Foundation di aver ricevuto un’offerta pari a 10 mila dollari ciascuna per portare avanti la gravidanza, una cifra pari a sei volte lo stipendio medio annuo in un paese in cui un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

LIBERE A PATTO DI TENERE IL BAMBINO

Rilasciate su cauzione (alcune di loro dopo aver partorito in carcere) le 11 donne sono tornate in libertà nel mese di maggio, a patto che si tenessero e crescessero i propri bambini fino al 18esimo anno di età, condizione che non ha annullato però la condanna per aver violato la legge sulla tratta di esseri umani: «Hanno accettato di non vendere i bambini, quindi le abbiamo liberate. Ma rimangono sotto la supervisione del giudice», ha dichiarato Chou Bun Eng, funzionario del Comitato nazionale per il contrasto al traffico di esseri umani. Il caso delle tre donne arrestate questo mese ha impresso un’accelerata alla revisione della normativa: scopo della legge, approvata in fretta e furia nel 2016, era quello di prendere di mira gli intermediari, agenzie che stipulavano gli accordi tra genitori e surrogate, ma ben presto a fare le spese dell’industria della compravendita dei bambini erano state solo quest’ultime.

SFRUTTARE LA POVERTÀ

La necessità di una legge era stata dettata dall’arrivo in massa di aspiranti genitori stranieri: l’utero in affitto era appena stato vietato in India, Nepal e Thailandia e le cliniche di quei paesi avevano trasferito baracca e burattini in Cambogia. In un solo anno, tra il 2014 e il 2015, avevano aperto così nella capitale Phnom Penh tra i 15 e i 20 centri che offrivano il “servizio” dell’utero in affitto, centri americani, thailandesi, un unico denominatore: sfruttare la povertà del paese. Se infatti in America la procedura tra agenzie, cliniche, avvocati, acquisto dei gameti e compenso della madre surrogata può costare fino a 150 mila dollari, in Cambogia si porta a caso il risultato con cifre al confronto irrisorie. Sempre che le mamme non vengano scoperte, è allora che nascono i problemi. Dal 2016 a dozzine sono state accusate in base alla legge sul traffico di esseri umani ed è in questa direzione che gli attivisti per i diritti delle donne chiedono una revisione della normativa: sollevare da pena e condanna le donne costrette dall’indigenza ad accettare questa forma di sfruttamento.

SORVEGLIATE DOPO IL PARTO

Donne come Phalla, rilasciata su cauzione che all’ABC ha spiegato che ora deve presentarsi col bimbo dato alla luce in carcere presso un ufficio di polizia locale una volta al mese. Non può cambiare il suo indirizzo senza il permesso del giudice istruttore e il mancato rispetto di queste condizioni potrebbe comportare il suo arresto. «Forzando queste donne a crescere un bambino per evitare la prigione le autorità cambogiane stanno vittimizzando ulteriormente un gruppo già vulnerabile», ha dichiarato il direttore esecutivo del Centro cambogiano per i diritti umani (Cchr) Chak Sopheap.

E I DIRITTI DEI BAMBINI?

Una tesi fortemente discussa da Chou Bun Eng, funzionario del Comitato nazionale per il contrasto al traffico di esseri umani. «Tutti in Cambogia sanno che la maternità surrogata è illegale. Ci stiamo prendendo cura di queste donne in ospedale perché vogliamo assistere e proteggere le vittime. Ma quando dico “vittime” non parlo delle madri, parlo dei bambini, quelli che portano in grembo». Dei diritti dei bambini, in questo pasticcio in cui si cerca di salvare le madri dall’accusa di traffico di esseri umani e dal “ricatto” del tenere il bambino, ma non certo dallo sfruttamento, non parla nessuno.

Foto Ansa