«Cacciare Camille Paglia? Non dalla mia università»

Parte una petizione per chiedere la censura della celebre intellettuale americana: non piacciono le sue idee controcorrente su trans e MeToo. La resistenza del presidente dell’ateneo

Su Camille Paglia ci sono due notizie. O meglio, una non-notizia e una notizia. La non-notizia è che la settimana scorsa alcuni studenti della sua University of the Arts, Philadelphia, hanno chiesto che sia licenziata. Certo, Camille Paglia è un’intellettuale di caratura internazionale oltre che portatrice – da lesbica dichiarata – di un pensiero libero e originale, critica d’arte di autorevolezza indiscussa, allieva di Harold Bloom, autrice di libri che sono considerati pietre miliari nel settore. Tuttavia questa notizia resta una non-notizia, perché ormai il mondo anglosassone, in particolare accademico e culturale, ci ha abituato a campagne censorie di questo tipo (vedi il caso Scruton). Le firme sotto la petizione contro di lei sono per ora poco meno di 800: fin troppe, sicuramente, ma non ancora abbastanza per trasformare una non-notizia in una notizia.

Che cosa ha fatto di male Camille Paglia per meritarsi – secondo i sottoscrittori della petizione – di essere buttata fuori dalla University of the Arts? Niente. Semplicemente, si è permessa e si permette di pensarla in maniera anticonformista, anche su alcuni argomenti parecchio “sensibili”. I lettori di questo giornale sanno da tempo che da Camille Paglia bisogna sempre aspettarsi giudizi spiazzanti e nuovi (memorabile la sua intervista a Mattia Ferraresi nel 2013, ma il nostro sito è pieno di esempi). Forse qualche idea non proprio in linea con il pensiero mainstream avrebbero potuto metterla in conto anche gli studenti di un ateneo che si chiama “università delle arti”. Ma pazienza, è così che (non) vanno le cose oggi.

I SUOI REATI DI OPINIONE

Questa volta le contestano di aver pensato cose bruttissime, inaccettabili, sui trans e sul MeToo – e non ieri o l’altro giorno, ma da anni, poiché si tratta di vecchie affermazioni. Camille Paglia infatti, si legge nella petizione, «crede che la maggior parte delle persone transgender seguano semplicemente una moda (“mi domando se la scelta transgender sia sincera in ogni singolo caso”) e che le università non dovrebbero prendere in considerazione i casi di aggressione sessuale denunciati più di sei mesi dopo i fatti, perché secondo lei quei casi rappresentano soltanto donne che si pentono di aver fatto sesso e che si vedono ingiustamente come vittime».

«BUTTATELA FUORI»

E cosa chiedono gli indignados anti-Paglia alla University of the Arts e al presidente David Yager? Che l’istituto, invece di continuare a offrire alla sgradita professoressa una cattedra e addirittura spazi extra in cui parlare in modo sconveniente della sessualità e della sua immagine nella storia dell’arte umana (che poi sarebbe una delle sue specializzazioni), la caccino e la rimpiazzino, possibilmente, per contrappasso, con un professore politicamente correttissimo.

«Ecco che cosa chiediamo alla UArts:


1) Camille Paglia dovrebbe essere rimossa e sostituita da una persona queer di colore. Se per via del ruolo fosse assolutamente illegale rimuoverla, allora l’Università deve come minimo offrire sezioni alternative delle materie che insegna, condotte però da professori che rispettino gli studenti transgender e le vittime sopravvissute di aggressioni sessuali.


2) La University of the Arts deve finirla di mettere a disposizione di Camille Paglia ulteriori piattaforme, come eventi e occasioni pubbliche per vendere i suoi libri nel campus.


3) La University of the Arts deve scusarsi per la sua reazione imbarazzante a questa situazione, e in particolare il presidente David Yager deve scusarsi per la sua lettera estremamente ignorante e ipocrita.


4) La University of the Arts deve sedersi intorno a un tavolo con un gruppo di studenti transgender per discutere come questi d’ora in avanti potranno essere supportati al meglio. Questo gruppo deve includere studenti di colore».

NON MENO MA PIÙ LIBERTÀ

E l’università? Come ha risposto l’ateneo di Philadelphia? Qui veniamo alla notizia vera e propria. In effetti, come ha sottolineato ieri Rod Dreher nel suo blog, la cosa notevole di una vicenda tutto sommato prevedibile (è prevedibile, purtroppo, che un pensiero controcorrente susciti richieste di censura prima ancora che discussioni) è proprio la risposta del presidente della University of the Arts, il citato David Yager, che nella citata lettera, scritta in risposta a un precedente sit-in di protesta contro la professoressa Paglia, invece di arrendersi e imbavagliare quest’ultima, ha rimesso in chiaro alcuni vecchi princìpi oggi non più tanto scontati. Per esempio, il fatto che senza libertà, senza ricerca, senza confronto fra idee diverse non esisterebbe nessuna università. E nemmeno nessuna arte.

«Nel corso dei secoli gli artisti hanno subito censura, e perfino persecuzione, per avere espresso le loro idee attraverso le loro opere. La mia risposta è semplice: non oggi, non alla UArts. La University of the Arts si è impegnata a favore dell’esercizio della libertà di espressione e della libertà accademica, all’affronto delle questioni e delle idee difficili o controverse attraverso la discussione civile, con rispetto per coloro che hanno opinioni diverse dalle nostre. La raccomandazione data dal giudice della Corte suprema Louis Brandeis nel 1927 conserva ancora oggi la sua verità: il rimedio ai messaggi che non condividiamo o che non ci piacciono è più libertà di parola, non l’imposizione del silenzio».