Sulla manovra la Cgil per ora mostra più buonsenso di Pd, M5s e pure Confindustria

Maurizio Landini
Il segretario della Cgil Maurizio Landini (foto Ansa)

Su Affaritaliani si scrive: «L’Unità, il quotidiano politico fondato nel 1924 da Antonio Gramsci, ha un nuovo editore, il gruppo Romeo. La guida del giornale è stata affidata a Piero Sansonetti».

Sansonetti è stato condirettore dell’Unità all’inizio degli anni Novanta su una linea smaccatamente e tragicamente giustizialista. Poi è stato direttore del Riformista diventando uno dei portavoce del garantismo italiano. Ora torna all’Unità. Questo ritorno potrebbe essere il perfezionamento di un circolo virtuoso che se avesse una seria influenza sulla sinistra, costituirebbe un elemento prezioso per costruire una nuova e vera stabilità della politica italiana.

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Su Huffington Post Italia Gabriella Cerami scrive: «Esattamente un anno fa di questi tempi la Cgil si preparava allo sciopero generale contro il governo Draghi. Oggi il segretario Maurizio Landini ha riunito la segreteria del primo sindacato italiano per esaminare la manovra approvata dal governo Meloni, ma nelle stanze di corso Italia non c’è affatto aria di piazza né tanto meno di sciopero generale».

Nonostante il suo rilevante sbandamento la Cgil mantiene un rapporto reale con i suoi iscritti che colgono nella difesa dei prezzi dell’energia, delle pensioni e della centralità del lavoro elementi positivi della manovra del governo Meloni. E così, mentre quell’avventuriero peronista di Giuseppe Conte si mobilita, mentre Enrico Lettino si arrabatta in un modo tendenzialmente indecente, mentre quel burocrate confindustriale di Carlo Bonomi si occupa essenzialmente dei suoi problemi personali, in corso d’Italia, almeno per ora, non si proclamano scioperi generali.

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Su lavoce.info Carlo Altomonte e Martina Di Sano scrivono: «Le evidenze appena descritte indicano come l’attuale scenario economico e geopolitico in Europa abbia indotto la Germania a dipendere maggiormente dalle importazioni. Non è necessariamente un male, se non per il fatto che per una parte consistente la dipendenza è dalla Cina, non solo nel settore dei macchinari e trasporti, come era prevedibile una volta allentato il blocco nella catena degli approvvigionamenti, ma anche nel settore chimico. Resta quindi da chiarire se si tratti solo di un fenomeno temporaneo o se, al contrario, sia indice di una nuova tendenza commerciale della Germania, destinata a perdurare una volta terminata la situazione di emergenza legata alla guerra. Nonostante i dati disponibili per i mesi di luglio e agosto sembrino legittimare la prima ipotesi, mostrando un rallentamento nella crescita delle importazioni cinesi, soprattutto nel settore chimico, la Germania risulta comunque aver continuato ad aumentare la propria dipendenza dalla Cina, seppure a un ritmo ridotto rispetto al picco raggiunto nel secondo trimestre 2022. Sarà interessante capire l’evoluzione di questo trend nei prossimi mesi».

Il rapporto tra l’economia tedesca e quella cinese costituisce un consistente problema per il processo d’integrazione europea, che difficilmente potrà procedere senza una chiara cornice “atlantica”. Ecco un altro motivo per non affidarsi alla retorica quando si parla dei destini dell’Unione Europea.

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Su Startmag Marco Dell’Aguzzo scrive: «Stando alle fonti di Politico, la Commissione europea e i due paesi più importanti dell’Unione, la Francia e la Germania, si sono resi conto dei rischi e della necessità di agire in fretta: Bruxelles sta lavorando a uno schema di emergenza per fornire denaro alle industrie chiave che si occupano di tecnologie avanzate. In sostanza, l’Unione Europea ha intenzione di rispondere all’Inflation Reduction Act con un proprio piano di sussidi, l’European Sovereignty Fund (la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, l’aveva citato durante il suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione), per aiutare le aziende a investire in Europa e a rispettare i requisiti sulle emissioni».

Ecco un altro aspetto della complessità dei rapporti tra Unione Europea e Stati Uniti, che per essere affrontata in modo costruttivo richiede razionalità e non retorica, e anche una dialettica politica che non si esaurisca nel rapporto tra Berlino e Parigi.

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