Ricordi di un’estate di tanti anni fa

Siamo in attesa come quegli anziani avventori di una stazione deserta

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Quando i figli erano piccoli andavamo al mare a Vada, nel Livornese. Luglio era lungo e pigro nella pace di quella campagna. Giornate quiete, uguali – la spesa in paese al mattino, la spiaggia, il riposo, nell’ora del caldo torrido, nell’ombra fresca di casa. Il sole che filtrava tra le fessure degli scuri; il ronzio di una mosca, nel silenzio, sul respiro regolare dei bambini addormentati.

 

 

Più tardi, quando il sole cominciava ad abbassarsi, mi prendeva certi giorni una inquietudine: come un dover andare a cercare qualcosa, che esattamente non sapevo. Allora caricavo i figli in macchina e lentamente vagavamo tra la Maremma e le prime colline del Pisano; e tutto attorno era così bello da ammutolirmi. E però dovevo andare; ogni strada, ogni polverosa sterrata mi invitava: oltre, più in là. Traversavamo distese di girasoli giallo ardente, le corolle allineate, obbedienti al loro dio; e torrenti in secca, dove tra le canne, nascoste, gracidavano aspre le rane. Su a Rosignano Marittimo ci affacciavamo al belvedere dietro la chiesa: e come era immenso da lassù, il blu del mare. A un incrocio c’era un crocefisso. Un giorno uno dei figli, sui sei anni, si girò pensoso a guardarlo e mi chiese: «Ma Gesù, è vivo o morto? Perché il prete in chiesa dice che è vivo, ma io, vivo, non l’ho mai visto».

 

Domanda che mi è rimasta impigliata nel ricordo di quelle giornate radiose fra il cielo e il mare. Ma cosa andavo cercando, spiando in ogni strada non ancora percorsa, o verso l’entroterra, fra i campi color di oro bruno? Un giorno a un passaggio a livello notai i binari di una ferrovia secondaria, come abbandonati. Cercai di seguirne lungo la strada il percorso. Arrivammo in un borgo piccolissimo, dove tuttavia c’era una stazione, deserta. Accanto, un piccolo bar dove entrammo a chiedere dell’acqua. Mi colpirono tre vecchi avventori a un tavolo; e il rosso denso del vino nei loro bicchieri. Se ne stavano lì immobili, come non avendo alcuna fretta; come in attesa di un treno che finalmente, dopo anni, si presentasse sui binari arrugginiti.

 

Uscendo gettai ancora lo sguardo alla ferrovia dismessa, qui e là ormai invasa dalla vegetazione rigogliosa. Nessun convoglio, chissà da quando, in arrivo. Ma sussultai vedendo che un semaforo sulla massicciata era acceso, e verde. Verde: via libera a un treno che, imprevisto, volesse arrivare. Dunque i tre vecchi davanti al vino scuro stavano aspettando davvero? O forse, tutti senza saperlo non aspettiamo come qualcuno che torni, qualcuno perduto, creduto morto, che invece sia vivo e ci  abbracci? In Gesù di Nazaret Benedetto XVI scrive che per i discepoli la resurrezione doveva essere «reale come la croce». Che quegli uomini dovevano essere «semplicemente sopraffatti dalla realtà ». Come se, dopo la titubanza e l’incredulità, «non potessero più opporsi alla realtà; è veramente Lui, Egli vive e ci ha parlato ». E forse solo tanti anni dopo, leggendo, nella pace di una domenica delle Palme, io ho capito cosa cercavo, inquieta, nella perfetta bellezza di una estate toscana; e perché mi incantava una stazione deserta, in cui tre vecchi, zitti, aspettavano.

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