Perché è giusta la sentenza del Tribunale dei minori di Bassano del Grappa

Il giudice del Tribunale dei minori di Bassano del Grappa ha condannato due minorenni a frequentare la Messa domenicale per un anno. L’opinione pubblica si è espressa in larga misura contro la sentenza, ma molti sono in realtà i motivi per apprezzarla

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È molto probabile che la notizia sul Tribunale dei minori di Bassano del Grappa che avrebbe punito due minorenni responsabili di furti e rapine obbligandoli, fra le altre cose, a frequentare la Messa domenicale per un anno di seguito, sia stata gonfiata dai media per le solite biasimevoli esigenze sensazionalistiche. È molto probabile che i vari elementi correzionali della pena siano stati in qualche modo concordati fra tutti i soggetti coinvolti, ma rimane aperta la questione di principio se sia giusto che un tribunale secolare commini, sia pure a scopo pedagogico e come alternativa alle pene detentive, una sanzione di natura religiosa. Molti, anche nei ranghi ecclesiastici, hanno criticato la sentenza come un’ingerenza dello Stato nella libertà di coscienza individuale, una trasgressione della separazione fra potere secolare e autorità religiosa e come un atto che fraintende e sminuisce la fede traducendola in pena, e dunque strumentalizzandola, sia pure per un lodevole scopo.

 

Non sono d’accordo con nessuna di queste critiche, e considero benvenuta la sentenza del Tribunale dei minori di Treviso per molti motivi. Perché riafferma il valore civile, sociale, formativo dell’esperienza religiosa; perché evoca l’esistenza di una comunità locale dove la coesione sociale è fatta attorno a un’eredità culturale, e di questa la religione cristiana è una delle componenti determinanti; perché prende dei ragazzi che hanno fatto del male al prossimo per motivazioni egoistiche, credendo di potersi pemettere qualunque cosa e di essere il centro del mondo, e li mette nella condizione di riconoscere che c’è qualcosa di più grande di loro. Le critiche alla sentenza mi paiono molto astratte. Il giudice non ha violato la libertà di coscienza dei giudicati, perché si tratta di minorenni provenienti da famiglie di tradizione cattolica; fossero stati figli di immigrati maghrebini sarebbe stato opportuno inviarli alla moschea; fossero stati figli di atei sarebbe stato giusto obbligarli a leggere le pagine di Einstein sul mistero dell’universo, o quelle di Heidegger sul disvelamento dell’essere, che presuppone che ci si metta in ascolto di qualcosa che sta prima di noi e che non può essere ridotto alla nostra capacità di manipolazione. L’idea ottima della sentenza è di mettere questi ragazzi in ginocchio davanti a qualcosa più grande di loro, perché sia data loro la chance di capire che non possono vivere solo dei propri capricci. Invocare la libertà di coscienza in questo caso, è fare il male dei ragazzi, non il loro bene.  La fede non è in sé una pena, ma qualcosa di desiderabile per le sue qualità che rispondono alla domanda umana di bene? Senz’altro, ma in date circostanze i suoi benefici si realizzano attraverso la forma della pena. Pensiamo alla penitenza dopo la Confessione: il confessore può esigere la recita di orazioni, Rosario, ecc. da parte del penitente come condizione dell’assoluzione. Eppure nessuno protesta dicendo che questa sarebbe una riduzione inaccettabile della preghiera a punizione. E che dire di digiuni e altre forme di mortificazione? Da sempre la Chiesa cattolica (e molte altre chiese e religioni) li considera strumenti utilissimi di ascesi spirituale, attraverso i quali la persona si educa e si apre alla Grazia.

 

 Lo Stato invade il campo della Chiesa emettendo una sentenza che impone la partecipazione alla vita ecclesiale? Non invade proprio niente, ma piuttosto riconosce laicamente che la Chiesa è un soggetto educativo autorevole ed efficace, e perciò le affida alcuni cittadini perché li restituisca alla società emendati. La Chiesa dovrebbe essere lieta che lo Stato le riconosca queste capacità e che la preferisca ad altre realtà, non dovrebbe mostrarsi dubbiosa o timorosa di strumentalizzazioni. Chi critica la sentenza mi sembra che parta da una visione spiritualista della fede cristiana, cioè che concepisca la proposta cristiana come qualcosa che avviene in un vuoto pneumatico dove esistono solo degli individui senza storia e senza legami sociali e le istituzioni umane sono prive di qualunque significato. La sentenza del Tribunale afferma che ci sono una storia, una tradizione, un’eredità forgiate dalla bimillenaria presenza cristiana, e che di esse noi siamo la continuazione; il cristianesimo non può certo essere ridotto a cristianità, ma nemmeno a setta spirituale chiusa su se stessa.

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