Google+

Né europeisti, né sovranisti

luglio 10, 2018 Rodolfo Casadei

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz (destra) stringe la mano al primo ministro ungherese Viktor Orban

Dicevamo nel precedente post che è inutile piangere sul latte versato del fallimento del progetto di integrazione europea o, peggio ancora, attardarsi nella retorica anti-populista e lasciar credere al popolo che se rinuncerà a votare per i sovranisti e sceglierà di nuovo le élite consolidate tutto tornerà al suo posto e l’Europa proseguirà il suo cammino verso le sorti magnifiche e progressive. Quando il dentifricio è uscito dal tubetto, dentro non ci torna più, per quanti sforzi si cerchino di fare. Può essere utile invece cercare di capire cosa ha prodotto il maldestro, per non ripetere l’errore.

A me pare che due siano le cause principali, una più politica e l’altra legata al modello di civiltà che è andato sviluppandosi in Occidente. Quella politica riguarda la scelta di non intervenire sulla struttura interna degli stati nazionali all’indomani della Seconda Guerra mondiale, ma di limitarsi a chiedere e ottenere l’adesione dei governi centrali ai progetti di unificazione progressiva che sono stati man mano presentati, dal Trattato di Roma a quello di Maastricht. Si è cercato di smontare il nazionalismo dall’alto, quando invece lo si sarebbe dovuto smontare dal basso. Si sarebbe dovuto ridare fiato alle identità locali, alle comunità territoriali, alle autonomie urbane e rurali, smantellate e omogeneizzate dallo stato nazionale giacobino post-rivoluzionario. Si sarebbe dovuto procedere all’incontrario di quella grande operazione politica e antropologica che fu la nazionalizzazione delle masse, e che culminò nella Prima Guerra mondiale. Si sarebbero dovuti riplasmare gli stati europei sul modello della confederazione elvetica, dove l’identificazione del cittadino non è schiacciata sullo stato centrale, ma si articola nei livelli locale, regionale e confederale. Quel modello permette al cittadino di partecipare direttamente e in modo competente alla vita della polis, perché si basa sulla partecipazione del cittadino all’allocazione delle tasse che paga.

«Il cittadino medio svizzero», scriveva il politologo tedesco Gerd Habermann, «è più politicamente competente del deputato medio del Bundestag». Oggi siamo alluvionati da demagogia, disaffezione verso la politica, manipolazioni dell’opinione pubblica, mentalità assistenzialista, buonismi e pose virtuose irrealistiche perché tutte le risorse e tutte le decisioni sono centralizzate a Bruxelles e a Roma. Il cittadino è stato trattato sin dall’inizio come un bambino che non può capire le cose e che deve adeguarsi a chi ne sa più di lui, cioè mamma stato (sovranazionale) e papà mercato. Non c’è da meravigliarsi se, avendo i due genitori portato avanti un modello di sviluppo economicamente, politicamente e culturalmente demenziale, che ha distrutto le basi antropologiche della prosperità, oggi i cittadini-bambini strillano, mandano i genitori fuori dalla stanza e coltivano la fantasia di sostituirli con altri. Ed ecco che questi altri arrivano effettivamente…

Dicendo questo sono già entrato nell’esame della seconda causa del fallimento del progetto Europa, quella legata al modello di civiltà. Un modello centrato sull’espansione illimitata dell’economia e dei diritti individuali, sull’emancipazione dall’identità storica e dalla tradizione religiosa a favore di un edonismo appena temperato dall’empatia per il piacere/potere altrui. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Europa è un continente invecchiato e indebitato, dove pochi nascono e tanti si suicidano, vogliono morire o inghiottire pastiglie per sopportare la vita, che si vergogna della sua storia e delle sue radici e vive in un vuoto antropologico che ricorda quello degli «uomini vuoti» di Thomas S. Eliot. Finché ha elargito apparenti diritti a tutti, il modello ha funzionato. La gente ha creduto veramente che divorzio, aborto, contraccezione, eutanasia, procreazione artificiale, pluralismo istituzionalizzato delle forme di famiglia fossero conquiste di libertà, e lo crede ancora con maggioranze crescenti. Solo minoranze di intellettuali e di comunità cristiane non omologate alla cultura dominante hanno intuito che si trattava di trasformazioni indotte del costume volte a stimolare i consumi per massimizzare i profitti del capitale, a contenere la spesa pubblica, a coltivare un’umanità interamente dipendente dalle logiche dello stato e del mercato.

Poi è arrivata la questione immigrazione: prima circoscritta, legata per lo più all’eredità delle potenze coloniali europee o alle esigenze della ricostruzione industriale della Germania distrutta e spopolata dalla guerra; poi di massa e disordinata, come sta accadendo negli ultimi anni. Questo sta facendo saltare il banco, e non tanto per una reazione identitaria, per il rifiuto della logica della sostituzione di popolazione, o più banalmente per diffusi sentimenti di xenofobia. Ma perché la soluzione immigrazione di massa che le élite presentano come toccasana dei problemi dell’invecchiamento e dell’indebitamento dell’Europa rappresenta agli occhi delle masse la rivelazione decisiva che la promessa egualitaria è un inganno e che per le élite gli esseri umani sono solo fattori di produzione. Quello che nella mente di Tito Boeri, presidente dell’Inps, e dei partiti di centrosinistra è un ragionamento pragmatico che non ammette repliche, e che cioè un ingresso sostenuto di migranti nei paesi europei è la condizione necessaria per mantenere in ordine i conti pensionistici e previdenziali, agli occhi della maggioranza assoluta degli italiani è un compendio di danno, insulto e offesa alla loro intelligenza. Nella loro testa un traduttore simultaneo interpreta così le parole di Boeri: «Se volete sperare di incassare un giorno le vostre miserabili pensioni, o che non vi vengano troppo decurtate se le ricevete già, dovete accettare un’immissione di forza lavoro mal pagata che spingerà verso il basso le retribuzioni vostre e dei vostri figli e che contribuirà a rendere ancora più invivibili le periferie degradate o in via di degradazione dove voi vivete, e dove continuerete a vivere perché non avrete mai i mezzi per trasferirvi a Porta Nuova o a City Life dove viviamo noi, e i vostri figli non avranno mai le opportunità dei nostri. Non avete scelta, perché siete troppo indebitati, potete solo accettare di continuare un gioco dove la forbice fra noi e voi si allarga. Ma consolatevi: starete sempre meglio della maggior parte degli stranieri che, con sconfinato spirito solidaristico, stiamo importando per poterli sfruttare per far funzionare il sistema».

Resto freddo sia davanti ai miei interlocutori che esprimono sollievo o addirittura esultano di fronte alla reazione identitaria di popoli e governi che avrebbero deciso di porre un freno all’immigrazione di massa per difendere la realtà spirituale della civiltà europea contro il ricatto economicistico, sia di fronte a quelli che esprimono indignazione per l’apparente egoismo e razzismo di un numero crescente di loro concittadini che non capiscono i vantaggi di tutti i tipi, non solo contabilistici, che verrebbero dall’apertura delle frontiere a chiunque intenda varcarle. Insisto: le ragioni principali della ribellione delle masse contro l’immigrazione non sono quelle nobili della difesa delle tradizioni e dell’identità o quelle ignobili della xenofobia e dell’avarizia. Quelle semmai sono le espressioni sovrastrutturali di un senso di tradimento strutturale: ci avevano promesso l’uguaglianza nella prosperità, e invece ci confinano nelle periferie abbandonate e nei centri storici degradati insieme a milioni di poveri disgraziati con cui faremo fatica a capirci, mentre “loro” (le élite) continuano a fare festa coi dividendi della globalizzazione. A loro i dividendi, a noi i costi sociali e umani.

Il valore politico e filosofico centrale della modernità è l’uguaglianza – e noi siamo tutti moderni, come ha scritto Alain Finkielkraut, anche noi che critichiamo radicalmente la modernità siamo pervasi, contro la nostra stessa volontà, dei suoi valori – ed è proprio l’uguaglianza che le élite hanno tradito, con i pensionamenti spostati a 67-70 anni, il lavoro precarizzato, il concorso alle spese sanitarie sempre più oneroso. Non mi illudo che la parte nobile di valori che pure è inclusa nel sovranismo abbia la meglio sull’istinto democratico egualitarista che è la forza profonda che trascina la ribellione attuale e il successo nelle urne delle formazioni politiche cosiddette populiste, cosiddette di destra e di sinistra. Da questo mio scetticismo derivo alcune conclusioni che riguardano il ruolo dei cattolici. Che a mio parere sbagliano quando fanno propria la retorica solidarista ed europeista dei partiti di sinistra e di centrosinistra, ma sbagliano anche quando sposano l’impostazione sovranista, di cui l’anti-immigrazionismo è parte. Perché il sovranismo è l’anticamera del nazionalismo, che cristiano non è mai. Si può essere anti-immigrazionisti senza essere sovranisti.

A cosa mirano l’europeismo e l’immigrazionismo oggi è palese: oltre che a compensare i costi sociali e antropologici dell’edonismo di massa, mirano a cancellare l’eredità e l’identità storica europee e a espellere la fede religiosa dallo spazio pubblico, soprattutto quella cristiana. Le religioni non cristiane vengono parzialmente tutelate per indebolire le Chiese cristiane e per potere meglio sfruttare gli immigrati mettendoli a loro agio. I paesi che hanno tratto i maggiori vantaggi materiali dall’integrazione europea così come è stata condotta sono quelli dove la presenza cristiana è crollata verticalmente in pochi anni: Spagna, Belgio, Olanda, Irlanda. Ho potuto toccarlo con mano nei miei reportage. Ricordo che il presidente dell’Istat olandese, un ex senatore socialista ancora giovane, si vantò nel corso dell’intervista con me dell’alto grado di civiltà dell’Olanda contemporanea, documentabile nel fatto che era il paese dell’Europa occidentale dove la percentuale di persone che credevano in Dio era più bassa. Ma non bisogna credere che il sovranismo, per lo meno nell’Europa occidentale, sia un’alternativa in tutto e per tutto attraente: il rischio molto reale è che la nazione e lo stato prendano a poco a poco il posto di Dio, che si trasformino in idoli che il cristiano venera e per i quali compie sacrifici, senza avere coscienza della deriva in cui è incorso. Esperienze del XX secolo non permettono di abbassare la guardia contro questo pericolo, che pure ad alcuni sembra remoto ma non lo è.

Per dare un contributo originale in questo momento critico i cristiani dovrebbero ricollegarsi alla loro duplice eredità, che è quella della tradizione monastica e delle autonomie locali. Realtà che implicano luoghi dove il rapporto con Dio dentro a comunità reali alimenta la custodia del territorio, il senso di appartenenza e relazioni con le altre persone improntate a criteri non strettamente utilitaristici e funzionalistici. Luoghi dove sperimentare modelli economici innovativi, centrati su realtà di lavoro comunitario e il più possibile sottratti alla logica dell’indebitamento sui mercati finanziari, e dove vivere in un contesto culturale meno condizionato dal consumismo, dalle logiche comunicative dei social che frammentano il soggetto e le sue relazioni, dalla secolarizzazione che impone di tenere la fede religiosa fuori dallo spazio pubblico. Serve un «limitato ritiro dal mondo», come scrive Rod Dreher nel suo L’Opzione Benedetto, perché la vita cristiana non vada perduta, assimilata dal globalismo o dai risorgenti nazionalismi, ma riprenda vigore e possa articolarsi in rapporti e integrazioni selettive col mondo post-cristiano.

Oggi più che mai suona vero quello che Alasdair McIntyre scrisse nel 1981: «Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e oscurità».

Foto Ansa

Ricevi le nostre notizie via email:

Leggi gli articoli sull'app:

Iscriviti gratuitamente alla nostra newsletter per ricevere tutte le nostre notizie!

La rassegna stampa di Tempi
MailUp - Osservatorio statistico 2017 - banner download
Il Paradiso andata e ritorno - Di Giovanni Fighera

Tempi Motori – a cura di Red Live

400 cv, 855 kg e 2G di accelerazione laterale. La prima Dallara omologata per circolare su strada vanta prestazioni da capogiro. Disponibile in configurazione barchetta, targa o coupé scatta da 0 a 100 km/h in 3,25 secondi. E noi ci abbiamo fatto un giro

L'articolo Dallara Stradale, siamo saliti sulla barchetta dei record proviene da RED Live.

Nata anche da un'imbeccata di Stefano Accorsi, questa 308 al Nandrolone trasferisce su strada il meglio della versione Cup

L'articolo Peugeot 308 by Arduini Corse, one off su base GTi proviene da RED Live.

In 100.000 hanno raggiunto Praga da tutto il mondo per celebrare i 115 anni di un marchio più arzillo che mai. Una buona occasione per parlare del futuro di Harley-Davidson (che sarà anche elettrico) ma non solo

L'articolo Harley-Davidson, 115 di questi anni proviene da RED Live.

Arriva una serie speciale frutto della collaborazione con la rivista femminile Elle. Materiali e colori inediti si accompagnano a un rinforzo di tecnologia a bordo. Prezzi a partire da 13.250 euro

L'articolo Citroën C1 Elle Special Edition proviene da RED Live.

4 metri e sessantuno, tanto spazio interno, trazione integrale e un comfort degno di un’auto executive. Con queste premesse il Traveller 4x4 Dangel si presta a essere una valida alle auto? Lo abbiamo guidato una settimana per capirlo

L'articolo Prova Peugeot Traveller 4×4 Dangel proviene da RED Live.