Lode a Fausto Bertinotti e al coraggio di chi cambia idea

Per riconoscere i propri errori non si paga. Non in denaro, ma in orgoglio sì. Per questo accade così di rado. Non è facile di fronte a se stessi, non lo è di fronte al mondo, lo è ancor meno per un personaggio pubblico.

Lode a Fausto Bertinotti, perciò, nuovo eroe del giorno dopo la pausa estiva della rubrica. L’ex presidente della Camera ed ex segretario di Rifondazione Comunista, in un intervento al Festival di Todi ha avuto il coraggio di ammettere i limiti della storia alla quale ha prestato la vita: il comunismo.

Riconoscerne i limiti non significa, però, decretarne l’infondatezza o l’irragionevolezza. Lui non lo ha fatto, diversamente da quanto vorrebbero far credere i tanti che già intendono usare le sue parole come un postumo scalpo di vittoria. E non ha espresso un pentimento, anzi. «La storia a cui appartengo», ha gridato più volte, senza il timore di usare il presente, né quel verbo magnifico e profondo che è “appartenere”.

Eppure ciò non gli ha impedito di riconoscere pubblicamente il dato storico (prima che morale) di un fallimento evidente. Sono parole sue: «Questo mondo, il comunismo, è stato sconfitto dalla falsificazione della sua tesi e da un cambiamento della scena del mondo che possiamo chiamare globalizzazione e capitalismo finanziario. […] Io appartengo a una cultura, faccio fatica a dirlo, che ha pensato che si potessero comprimere almeno per un certo periodo dei diritti individuali in nome di una causa di liberazione».

Ma ancor più coraggioso che riconoscere la propria sconfitta, forse, è riconoscere ciò che non si è saputo guardare. E che si i trovava altrove: «Nel momento in cui questa scena viene cambiata io penso che la cultura liberale, che è stata attenta più di me e della mia cultura, all’individuo, cioè alla difesa dei diritti dell’individuo o della persona, contro tutti i poteri economici e anche lo stato, questa cultura è indispensabile per intraprendere il nuovo cammino di liberazione».

La cultura liberale ma anche quella cattolica. L’unica delle tre grandi proposte culturali degli ultimi due secoli ancora vitale, anche grazie a papa Francesco («Sembra davvero di assistere nel mondo a una parola profetica»). Il tutto nato da un gesto “rivoluzionario” (occhio all’aggettivo e a chi lo usa). Quale? «Le imprevedibili dimissioni di un Papa […] che hanno prodotto tutto questo».

Non avevano ragione solo loro, i comunisti, e gli altri solo torto (con tutte le drammatiche conseguenze che questo ha comportato: leggasi sovietismo, ma anche, in casa nostra, terrorismo). Vale anche per le altre culture.

Non c’è solo quello che crediamo di vedere. La realtà (e sostanzio: il mondo, le cose, l’universo, gli altri) ci supera sempre. È in questa umiltà il senso bello e dolce (bello anche il suono) della parola mistero, sempre più scudo e lancia, in questi tempi di pretesa tecno-scientica.

Don Luigi Giussani ne ha parlato con una metafora semplice, la «ragione come finestra», e lo ha insegnato a tutti con un versetto di William Shakespeare: «Ci sono più cose in terra, Orazio, di quante ne sogni la filosofia».

Lo esprime anche un buon vecchio detto di James Russel Lowell: «Solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione». Gli ipocriti invece lo fanno… ma non lo dicono in giro.

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