Letta: «La politica è metterci le palle». Appunto

Non sappiamo se la strategia di Letta sia quella di un understatement (traduzione “volare basso”) considerato che cammina sui carboni ardenti di una società sfinita. Ma se così non fosse, se fosse un convincimento che il suo governo svolge le mansioni di “amministratore di condomino”, allora Letta si contraddice quando afferma che «la politica è anche, mi si permetta, questione di palle».

Se immaginiamo uno scenario in cui fra 18 mesi il Governo portasse a casa la riforma costituzionale sull’assetto dello Stato, poi si andrebbe a votare. E se non si ammette che chi vincerà sarà legittimato a governare a pieno titolo e che il ruolo dell’opposizione sarà di dialogo e correzione nei confronti di chi governa, ci ritroveremmo in un impasse, con litigi paragonabili a beghe da condomino, in cui l’unico potere non toccato dalla riforma deciderà la politica: la magistratura.

Il governo di larghe intese è pienamente un atto di politica, non già come forma stabile, ma come consapevolezza di lungo periodo del compito e della responsabilità che i partiti politici si assumono.
È qui che si apprezza la differenza tra chi si presenta come movimento e chi invece si definisce partito.
La definizione della politica come arte del compromesso trova qui la sua accezione nobile: compromettersi significa obbligarsi insieme, davanti al Paese.

Paolo VI affermò che la politica è la più alta forma di carità: a noi hanno insegnato che carità è possedere tutto sapendo di non essere noi i padroni. Egregio presidente Letta, queste due definizioni speculari sono le “palle”; se preferisce, questa è la politica. Fuori da essa non si danno le politiche, se non come confuso guazzabuglio di interessi divergenti.
Senza politica, qui ha ragione, finirà come per quegli studenti di cui i professori dicono: “Mah… studiare ha studiato… però non ha capito”. Chiediamo scusa per la deformazione professionale.

Quindi quando Lei dice: «Non c’è bisogno di nessuna pacificazione. Non mi sento Togliatti dopo la guerra, né Aldo Moro o Berlinguer e mai mi paragonerei a loro», si sbaglia.
Tenga presente quel che Emanuele Macaluso ha ricordato dalle colonne dell’Unità: «Nel 1955, in piena guerra fredda, il Pci votò Gronchi alla presidenza della Repubblica, il quale incontrò Di Vittorio e gli anticipò il discorso che avrebbe fatto e che poi fece sul ruolo del mondo del lavoro, rompendo i vecchi schemi centristi. Nel 1964 il Pci votò Saragat e il suo partito firmò un documento (siglato da Natta e da me) con cui chiedeva i nostri voti. Tutti i presidenti eletti con il voto del Pci o del Pds sono stati concordati con le altre forze politiche».

Si paragoni, caro Presidente, si paragoni, e si paragoni anche il caro vicepresidente. Non vorremmo che si finisca tutti eunuchi.

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