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Dossier – La vena poetica di Ungaretti al servizio dell’arte del Novecento

maggio 14, 2015 Mariapia Bruno

<<Se Ungaretti fu sempre estroso, antico e bambino, insieme, – si legge nel volume di Angela Madesani appena pubblicato da Nomos Edizioni – nella vecchiaia gli capitò di incontrare un amico, certo, molto più disordinato, e pazzo ed estroso di lui: Jean Fautrier. Se lo portò in aereo a fare il giro del mondo>>. Un po’ come nel film Non è mai troppo tardi di Rob Reiner, dove due uomini agli antipodi, a cui danno il volto Jack Nicholson e Morgan Freeman, si conoscono al tramonto delle loro vite e scorrazzano in giro per il mondo. Ma in questo caso il poeta e l’artista sono tutt’altro che diversi. Entrambi hanno visto, osservato, prodotto, manifestato il proprio pensiero, amata la dialettica, praticato lo scambio di opinioni, gustato e assaporato, come a pochi è concesso, la vera bellezza dell’arte. Ed Ungà, oltre ad esser il titolo del libro sopracitato, è l’affettuoso appellativo con cui Fautrier chiamava il poeta, a cui era tanto legato tanto da volerlo al proprio capezzale quando avverte di esser alla fine.

Nel volume, che ha fatto da catalogo ad una mostra piacentina, l’autrice mette insieme una serie di preziosi testi che mostrano la sensibilità critica di Ungaretti verso l’arte del Novecento. Il padre de Il porto sepolto ha molto amato Carrà, incontrato durante il periodo vissuto a Parigi, dove ha anche conosciuto Picasso, Braque, Léger e Modigliani. <<Dopo di te amo Sironi. – scrive in una lettere a Carrà – Gli altri, tranne forse Viani…non dicono nulla di nuovo e il più spesso nulla>>. A Parigi Ungaretti abitava in Rue Campagne Primière, nello stesso stabile dove aveva preso uno studio De Chirico, che se la passava molto male. L’artista, non ancora giunto al periodo metafisico, aveva riempito delle sue opere la portineria. La portinaia se ne voleva sbarazzare e pensava di venderli al mercato delle pulci. Ungaretti chiese al pittore cosa farne e lui glieli offrì in dono. Non avendo posto dove collocarli il poeta li vende a Breton e ad altri, mandando a De Chirico il ricavato. Chi l’avrebbe mai detto.

Dritto e concreto non solo nelle azioni ma anche nei giudizi, sia positivi che negativi, Ungà esprime senza remore i suoi commenti verso i movimenti artistici e i loro interpreti. Crede che Brancusi sia, insieme a Medardo Rosso, il più grande scultore europeo dagli Impressionisti ai suoi giorni. Apprezza Caravaggio e la pittura di Rembrandt che ammira in Olanda, crede che El Greco sia il primo artista moderno. E del connazionale Michelangelo? Per lui rappresenta già il pieno Barocco, come – in poesia – Tasso, mentre Bernini è già maniera, come il poeta Marino. Fu anche entusiasta di Pollock, che vide alla Galleria di Arte Moderna di Roma, dove scorse un certo filo rosso che lo univa alle avanguardie parigine, dal poeta respirate in prima persona. Ma queste sono solo pillole di quanto contenuto nel sintetico e al contempo corposo libretto che costruisce un ponte, percorribile da tutti, tra poesia e arti visive, facce della stessa medaglia della più matura creatività.

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