Bel film con finale alla Flannery O’Connor

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh racconta di una speranza in mezzo a tanta disperazione e cinismo

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri
di Martin McDonagh

Una donna aspetta dopo diversi mesi che la polizia riprenda le indagini per catturare l’omicida della figlia.

Terzo lungometraggio di McDonagh, dopo il noir In Bruges e quella strana creatura che era Sette psicopatici da cui si riprende parte del cast. Ci sono infatti Sam Rockwell nei panni di un poliziotto un po’ schizzato, Abbie Cornish, un po’ sacrificata nel ruolo di una mater dolorosa e il grande Woody Harrelson, sceriffo capo di un paesino del Missouri dove qualche mese prima si è consumato un terribile delitto. Una ragazza stuprata e uccisa. Non ci sono prove, il DNA non offre grandi certezze. Insomma, la polizia brancola nel buio almeno fino a quando si mette di mezzo la mamma della vittima (una straordinaria Frances McDormand).

Un po’ melodramma, un po’ crime movie durissimo: il tocco di McDonagh, già presente nei film precedenti, si vede nel tratteggio dei personaggi, tutti figli di buona donna con una speranza in tasca minuscola ma ancora presente, come sottolinea il finale apertissimo e grottesco, tanto grottesco da sembrare una pagina di Flannery O’Connor. Ma il cinismo, esibito o riconosciuto tra le righe, sembra pervadere un film che ha tanti buoni aspetti: la commistione di generi (si inizia addirittura dalle parti del western), la definizione dei tre personaggi principali (Rockwell, McDormand e Harrelson) che lascia spiazzati. Per dire, uno come Harrelson che pare uno sceriffo senza grande sensibilità rivela nel corso della narrazione una profondità e una comprensione umana mica da ridere. E colpisce l’evoluzione di tanti personaggi, da figurine cupe senza speranza a persone a tutto tondo, con il cuore che scoppia fuori dal petto e la percezione che forse, sì forse c’è una strada, se non un senso, su questa arida terra.

Il film comunque spiazza e a tratti respinge: per l’umorismo nero, la violenza cupa, il tono disperato di tanti dialoghi e momenti, per un paio di sequenze che mozzano il respiro. Eppure, al di là del sarcasmo che a volte mina la verosimiglianza e la coesione narrativa e al di là di qualche personaggio evitabile (l’ex marito della protagonista), il film di McDonagh centra l’obiettivo, raccontare il dramma della morte e della perdita attraverso il filtro del grottesco, mettendo in scena personaggi vivi seppur selvaggi e con la faccia rosa dal proprio male. Come quel personaggio del poliziotto interpretato da Rockwell, violento, arcigno e disperato, autore di colpi bassi terribili ma anche capace di una parola e di tanti gesti inaspettati di perdono e di misericordia; gesti che, se non cambieranno forse la storia di un film dai risvolti tanto tragici, rendono un po’ meno buia la strada di una donna che assieme alla figlia perduta cerca pure un pezzo di se stessa.

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