Auguri perché ci (ri)scopriamo uomini e donne nella verità

Di Roberto Colombo
01 Gennaio 2026
«Veni Sancte Spiritus». Augurare un buon anno significa domandare per sé, i propri cari e gli amici il dono dello Spirito Santo senza il quale non ci può essere nulla di buono
La colomba dello Spirito Santo nel finestrone che sormonta il trono della Cattedra di San Pietro, nella Basilica papale in Vaticano. Auguri
La colomba dello Spirito Santo nel finestrone che sormonta il trono della Cattedra di San Pietro, nella Basilica papale in Vaticano (foto Ansa)

Mentre nelle chiese si canta il Te Deum laudamus la sera del 31 dicembre, il primo giorno del nuovo anno viene intonato un altro antico inno, il Veni Sancte Spíritus, probabilmente composto dall’abate Notkero di San Gallo (detto “Il balbuziente”; IX secolo), di cui papa Innocenzo III, al quale per molto tempo venne attribuito il testo, era un ammiratore.

La sequenza pneumatologica chiede allo Spirito Santo di «invadere nel profondo il nostro cuore» e di cambiarlo radicalmente, togliendo da esso ciò che è sordido, arido, sanguinante, rigido, gelido e sviato. Perché l’umano che è in ciascuno di noi possa tornare a risplendere della luce di Dio, quella con la quale siamo venuti al mondo. Con le parole della sesta strofa – «Sine tuo númine, nihil est in hómine, nihil est innóxium» – don Giussani concludeva gli Esercizi spirituali dei novizi del Memores Domini (La Thuile, 8 agosto 1999): «Senza il tuo soccorso non c’è nulla di buono nell’uomo, niente che non gli faccia male». Augurare un buon anno significa domandare per sé, i propri cari e gli amici il dono dello Spirito Santo senza il quale non ci può essere nulla di buono. Nulla di veramente umano, degno del desiderio, della domanda dell’uomo sul tempo della propria vita.

Il compito che ci attende nel nuovo anno

Il compito che ci attende nel nuovo anno – qualunque siano le nostre condizioni, le circostanze, il posto che occupiamo, lo studio o il lavoro, ultimamente la stessa vocazione cui siamo stati chiamati – è quello di (ri)scoprirci uomini e donne nella verità e nella libertà del nostro “io”. Un “io” generato da un Altro, non fatto da noi stessi. Un “io” genuino che non può essere senza un “Dio” che ci ama, ci crea e ci mantiene nell’essere, come nulla e nessuno può fare.

Ci auguriamo un’autocoscienza adeguata a portare il peso della vita, a renderlo più lieve, lieto, quando ci alziamo al mattino per andare in officina o in ufficio, quando entriamo in ospedale come medico o come malato, mentre affronteremo le ore di lezione davanti o dietro una cattedra, nel canto e nel pianto, nella gioia di un bimbo che nasce e nel dolore di un padre che muore, sui sentieri scivolosi della guerra e lungo le strade in salita della pace.

Un augurio antropologico e teologico

Quello del buon anno è un augurio antropologico (l’uomo è il solo animale che spera, e perciò desidera per sé e augura agli altri il bene), ma, al tempo stesso, un augurio teologico. Senza Dio, il bene non è possibile, non esiste. Né per noi, né per nessun altro. Non esiste nel mondo, in nessun angolo dell’universo. Tutto diventa buio, e anche le ombre ci fanno paura, perché del nostro umano è rimasta solo l’ombra. Scriveva Martin Buber: «L’ora in cui viviamo è caratterizzata dall’oscuramento della luce celeste, dall’eclissi di Dio» nella coscienza dell’uomo. Il risveglio imprevedibile, sorprendente del nostro “io” è il solo avvenimento degno di un augurio che valga la gioia di scambiarsi con un calice di vino in mano ed uno sguardo vero sul volto di un amico.

Anche la pace – parola logorata, usurata da una pronuncia leggera, che non sa portarne il peso dentro al vaniloquio invadente dei nostri discorsi – senza un Dio venuto nel mondo, entrato nella storia per assumere la storia nell’eterno, è solo il breve intervallo tra una guerra e un’altra, una violenza e la successiva. La pace non è umana se non è divina. Dono di Dio all’uomo perché l’uomo possa donarla all’altro uomo, un popolo all’altro popolo. Solo la compagnia dell’Eterno all’uomo, l’amicizia di Dio che ci abbraccia, è capace di farci riscoprire il senso della pace, la sua desiderabilità nel nuovo anno.

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