“Apri gli occhi”: un romanzo di montagna e redenzione

«La bellezza del creato è l’espressione divina più alta». Intervista sul suo nuovo libro a Matteo Righetto, professore, scrittore e alpinista.

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Latemar

Il Latemar è un gruppo dolomitico molto impegnativo da scalare. Ripido, friabile sotto le scarpe, sa far venire le vertigini all’alpinista più esperto. Sulla cima orientale del gruppo, chiamata Schenon del Latemar, c’è una croce, trofeo per il cuore dell’escursionista che riesce ad arrivare ai suoi piedi. Matteo Righetto ha compiuto questa scalata quattro volte. Da bambino, da adolescente, da adulto, infine da scrittore. Nel suo ultimo romanzo Apri gli occhi (Tea, 158 pagine, 13 euro) compie l’impervia scarpinata con Luigi e Francesca, i personaggi del libro, una coppia che coppia non è più. I protagonisti del libro decidono di avventurarsi sul Latemar per cercare la risoluzione di un dramma, per trovarne un senso nel momento più buio della loro vita familiare. Matteo Righetto sa accompagnare il lettore in questa lunga gita in montagna con descrizioni precise, che quasi sembra di sentire l’odore del muschio di primo mattino, che passo dopo passo diventa sempre più viaggio interiore.

LA CRISI DELLA FAMIGLIA. Raggiunto da tempi.it Righetto si descrive come una persona «legata a valori tradizionali, quasi conservatore a mio modo, sposato e padre di due figlie femmine». Il tema della genitorialità è quello che più gli interessa approfondire, già trattato in La pelle dell’orso (Guanda), suo primo romanzo conosciuto al grande pubblico: «Prima di quello, nel 2008, mi ero divertito a scrivere un libercolo pulp, intitolato Savana Padana. Lì raccontavo storie bestiali, personaggi a cui interessavano solo gli “schei”, i soldi, per dirla alla veneta. Mentre scrivevo La pelle dell’orso ho deciso che sarei voluto essere uno scrittore popolare, non nell’accezione di “famoso”, ma che parla ai popoli, cioè a tutti. Per questo ho voluto narrare la storia di un rapporto padre/figlio».

righettoLA SOLITUDINE DI UN FIGLIO. Anche La pelle dell’orso è ambientato ai piedi delle Dolomiti, e ben presto sarà un film, interpretato dall’attore Marco Paolini. Un gran bel passo per un professore di liceo artistico: «I miei ragazzi sono orgogliosi di avere un professore scrittore, ma io ne parlo di rado, se non quando devo rispondere alla curiosità giovanile. Sono davvero tanti i licei che mi hanno invitato a presentare La pelle dell’orso e poi l’hanno scelto come lettura di classe. Sono tanti i ragazzi che ho incontrato in questi anni. Guardando le loro paure, ho incontrato in un certo senso anche Giulio, il figlio di Luigi e Francesca, protagonista di Apri gli occhi». Giulio è un adolescente, un figlio unico come tanti, che vede il legame tra i suoi genitori disgregarsi: «Non viene mai ascoltato, anzi, quasi a farlo tacere viene continuamente inondato di regali. Come fanno tanti padri e madri di oggi, che troppo presi dalla quotidianità non sanno accorgersi dell’affetto che i figli chiedono loro. Laddove la famiglia è forte non ci sarà mai un adolescente problematico o solo».

LA CROCE SULLA CIMA. Apri gli occhi procede per forti contrasti: da una parte i grandi spazi del Latemar, dall’altra la stanza angusta di un ospedale. Da una parte i profumi e il silenzio delle Dolomiti, dall’altro il caos e gli odori urbani di Milano. Il tutto è scandito da una voce in prima persona, che vede con occhi esterni la vicenda che coinvolge Luigi, Francesca e Giulio: «Volevo che il lettore desse una sua interpretazione di quella voce. Qualcuno ci ha visto la coscienza di Luigi, ma io credo che possa essere il sentimento del futuro, che vede con occhio più consapevole il dramma di questa famiglia. In parte è anche la voce di Dio, che li richiama ad analizzare i propri errori di genitori, che li incoraggia a compiere quella salita del Latemar come il loro personale Calvario. Lì ai piedi della Croce dello Schenon non troveranno le risposte ma altre domande, perché la vita è così. È un cammino di redenzione quello che Luigi porta a termine. Non ci sarà attimo in cui non chiederà scusa, con la propria sofferenza, per aver compiuto, senza esitazione, il gesto più estremo, fatto in nome dell’amore di un figlio».

LA NATURA. Senza lo sfondo delle Dolomiti il racconto di Apri gli occhi non sarebbe lo stesso. Righetto ha scelto di ambientare lì la sua storia perché la montagna è l’espressione più alta della sacralità: «Quelle vette sfidano l’uomo, è lassù che si possono avere dei reali momenti di riflessione. In città si è troppo presi dal “dover fare”, dal continuo movimento. Ma succede anche a me, che pure abito a Padova, non proprio una metropoli, e quando succede indosso le scarpe da trekking. “Troverai più nei boschi che nei libri”, dice Bernardo di Chiaravalle, una frase a cui sono affezionato e che apre il libro. Un concetto ripreso da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’. Sono un po’ cistercense, per certi versi: per me davvero la bellezza del creato è l’espressione divina più alta».


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