Angelo Rizzoli e le ingiustizie della giustizia sui detenuti di seria A e di serie B

A dar retta ai luoghi comuni più diffusi dovremmo definire Angelo Rizzoli un “detenuto di serie A”. Come non era difficile da accertare, si tratta di una sesquipedale sciocchezza

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Pubblichiamo la dichiarazione del sen. Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani, a proposito della scomparsa di Angelo Rizzoli 

A dar retta ai luoghi comuni più diffusi e, se posso dire, più reazionari, dovremmo definire Angelo Rizzoli, morto questa notte all’Ospedale Gemelli di Roma, un “detenuto di serie A”, che avrebbe goduto dei privilegi di rango e di censo negati ai “detenuti di serie B”. Come non era difficile da accertare, si tratta di una sesquipedale sciocchezza. Il carcere non annulla, ma certamente riduce drasticamente i vantaggi di classe e livella i diritti di tutti al gradino più basso.

Angelo Rizzoli ha conosciuto sul proprio corpo e sulla propria dignità questo processo di mortificazione: un anno e mezzo fa, prima di ottenere gli arresti domiciliari, ha dovuto attendere quasi cinque mesi nel reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini, senza poter ricorrere all’uso delle stampelle che gli erano indispensabili per qualsiasi movimento. Più di recente, una perizia del giudice per le indagini preliminari di Roma aveva stabilito la sua “compatibilita'” con il regime carcerario. Lo sappiamo: non è certo morto per questo, per quella dichiarazione di “compatibilità”, ma forse non sarebbe inutile tornare a riflettere su quali colossali iniquità vengono consumate giorno dopo giorno nel nostro sistema penitenziario. A danno dei detenuti di serie A e di serie B.

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