Anche sul Venerdì capita di trovare una bella “Sacra Famiglia all’inferno”

Nello stesso numero l’inserto di Repubblica riesce a svilire il mistero del Natale e a magnificarlo con un’opera di Rosso Fiorentino

Caro direttore, come ogni figlio di don Giussani avrai anche tu care le immortali parole di Leopardi: “Natura umana, or come, se frale in tutto e vile, se polve ed ombra sei, tant’alto senti?” e, ancora più antichi e precisi, i versi del salmista: “Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?”. Nessun può sfuggire a queste verità e, caso mai pretendesse di farlo, il fatto animalesco di dover andare in bagno ogni giorno per imprescindibili necessità è lì, “come un teschio” direbbe Shakespeare, per ricordarglielo.

Tuttavia, per non sentirmi proprio l’ultimo degli effimeri coglionazzi “figli dell’uomo”, spesso io mi consolo, come mi è già accaduto di scrivere a Tempi, dedicandomi in loco a rassicuranti letture di ebdomadari dove la supercoglionazzeria, essendo di casa, abbonda.

In particolare “7” del Corriere e “il venerdì” di Repubblica non mi deludono mai e, per l’appunto, proprio nel numero natalizio di quest’ultimo ho colto, nel settore presuntuosamente intitolato “Cultura”, ben due viscidi pezzulli intesi a svilire e ridimensionare l’immenso ma semplicissimo mistero della nascita di Gesù. Vaniloqui risibili e tali da consolare chiunque, per confronto, della propria più cosciente pochezza.

In uno tale Paolo Di Paolo riassumeva le ovvietà di un libro che “smonta infatti tutte le leggende della festa più importante dell’anno”, mentre nell’altro, poco più avanti, il consueto Corrado Augias sintetizzava deliziato un recente saggio sul presepe e sulla mangiatoia del Vangelo che sarebbero “di origine incerta, come incerto è lo stesso luogo della nascita: Betlemme?”.

Ora, perché ti scrivo se il Natale che è appena passato ritornerà comunque fra un anno e poi ancora e ancora nella sua verità, a differenza di codeste fanfaluche di cui non resterà traccia, nemmeno nel mio bagno, già dall’uscita successiva del suddetto periodico?

Perché, contraddicendo irrazionalmente ogni mio pregiudizio, sullo stesso numero tale Giuseppe Lorenti presentava un prezioso libretto della Sellerio, “Il tram di Natale” di Giosuè Calaciuria, in cui c’è “un neonato dalla pelle nera abbandonato su un sedile” e c’è “un’umanità che si riunisce intorno a questo Gesù contemporaneo con lo sgomento di chi conosce la sofferenza ma con il desiderio di aiutare questa creatura”. Non solo: nella sua rubrica “Un’ora d’arte” Tomaso Montanari fa scoprire una straordinaria “Sacra Famiglia all’inferno” di Rosso Fiorentino (il titolo del quadro è però del critico Roberto Longhi, non del Rosso) che, se è possibile, varrebbe la pena di far conoscere ai tuoi lettori e verificare se, come scrive l’articolista, “questa Sacra Famiglia all’inferno dice la verità sul nostro Natale: piccolo angolo di non inferno in mezzo all’inferno dei viventi”.

Con affetto e cari auguri,
Guido Clericetti