Dei quattro “ritorni” in Serie A l’Allegri bis è il più interessante
Quattro ritorni: se non è record, poco ci manca. Anche perché un conto è vedere un allenatore richiamato a stagione in corso per affrontare una crisi (e ci si affida spesso a chi si conosce già), un altro è registrare tale situazione prima che inizi il campionato. Nella prossima Serie A sono quattro i tecnici scelti da club con cui avevano già lavorato: Massimiliano Allegri al Milan, Maurizio Sarri alla Lazio, Stefano Pioli alla Fiorentina ed Eusebio Di Francesco al Lecce. Decisioni maturate per riproporre chi aveva proposto anche cose buone. Che poi ci riescano, sarà il campo a dircelo.
I precedenti di Lippi e Trapattoni alla Juve, Ranieri alla Roma, Sacchi e Capello al Milan
Guardando al passato, non sempre è andata bene. Funzionò Marcello Lippi che, dopo le polemiche dimissioni del 1999, tornò alla Juventus due anni dopo per vincere gli scudetti 2002 e 2003 . Ha funzionato l’ultima stagione con il Claudio Ranieri “ter” alla Roma, presa nei bassifondi e condotta al quinto posto. Alla stessa Juventus andò male con Giovanni Trapattoni, riportato alla casa madre nel 1991 una volta fallita l’eresia Gigi Maifredi: “zero tituli”, dopo i successi tra anni Settanta e Ottanta. E lo stesso Lippi fu autore della delusione mondiale dell’Italia 2010, una volta rinominato ct al posto di Roberto Donadoni: la pallida ombra di Berlino 2006.
Il Milan è il caso più interessante dei quattro, affezionato ai corsi e ricorsi storici. Nereo Rocco è l’unico a non aver fallito: dopo lo scudetto 1962 e la Coppa Campioni 1963, fu di nuovo scudetto nel 1968 insieme, stavolta, a ben quattro coppe (Coppa delle Coppe 1968 e 1973, Campioni e Intercontinentale nel 1969). Dopo di lui, solo flop. Nel 1984 il ritorno sottotono di Nils Liedholm, incapace di riproporre il calcio del decimo scudetto. Quindi due scottature storiche: Arrigo Sacchi nel 1996 e Fabio Capello nel 1997, straordinari interpreti dell’epopea berlusconiana, silurati dopo una sola stagione al secondo tentativo.
Max Allegri e il Milan di Berlusconi
E a Silvio Berlusconi ci riporta Allegri, che nel 2011 gli regala l’ultimo scudetto. Adriano Galliani lo aveva preso l’estate prima dal Cagliari, su suggerimento del presidente Massimo Cellino. A differenza di altri allenatori, Berlusconi non se ne innamora: Allegri è nato a Livorno, possibile che non sia comunista? Però applaude quando il tecnico trionfa, sfruttando quanto resta della vecchia guardia insieme con arrivi di valore come Ibrahimovic, Boateng e Robinho (e, l’anno dopo, il gol non visto di Muntari alla Juve nega un probabile bis).

Il Milan di oggi gli affida la ricostruzione dopo che, la passata stagione, i dirigenti erano apparsi più impegnati a farsi dispetti (da una parte Ibra, uomo del proprietario Gerry Cardinale, dall’altra l’ad Giorgio Furlani) che a gestire il club: resta nella memoria la surreale conferenza stampa post Roma di Paolo Fonseca, che sarebbe stato esonerato pochi minuti dopo.
Il tecnico torna in campo dopo un anno di riposo forzato, seguito al licenziamento della Juventus per il plateale sfogo di Roma appena vinta la Coppa Italia. Ce l’aveva soprattutto con il direttore sportivo Cristiano Giuntoli, colpevole di non averlo sostenuto. Al Milan trova Igli Tare, in un ruolo terribilmente mancato dopo l’addio a Paolo Maldini. Tra i due c’è stima, anche se la squadra è in divenire, costretta a rinunciare a un altro big (Reijnders dopo Tonali) per far fronte ai conti.
Una certezza: primo, non prenderle
Allegri ha una pagina bianca da scrivere: sarà solo Italia, dopo l’ottavo posto che ha negato l’Europa. Si è messo all’opera da sano aziendalista qual è, pronto a sfruttare ciò che gli passano. Alla Juventus nel frattempo, anche lì con un ritorno così così in panchina dopo due stagioni di pausa, ha imparato come fare il manager, in anni in cui ha gestito situazioni non di sua competenza nello spogliatoio (Sarri e Thiago Motta, due suoi successori-predecessori, non ci sono riusciti e hanno pagato). Una esperienza in più e la solita certezza da cui partire: primo, non prenderle. D’altra parte si è presentato così a Milanello: «Negli ultimi anni solo la Juve di Sarri ha vinto lo scudetto senza la migliore difesa. Il bel calcio? Se vinci sei un bravo ragazzo, se perdi…».
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