Juve, che confusione
Un anno fa, di questi tempi, la Juventus affidava la panchina a Luciano Spalletti, mettendo alla porta Igor Tudor che, a sua volta, era subentrato a Thiago Motta nella stagione precedente. Thiago Motta che, nell’estate 2024, aveva preso il posto di Massimiliano Allegri (e non contiamo i brevi interim di Paolo Montero e Massimo Brambilla). Siete confusi? Nessuna paura: lo sono anche i tifosi bianconeri e, molti di loro sostengono, gli stessi dirigenti. Perché questo tourbillon è stato innestato dalla auto-defenestrazione di Andrea Agnelli a cavallo tra 2022 e 2023, in concomitanza con la discussa vicenda legata alle plusvalenze, con terremoto societario e relativa penalizzazione in classifica.
Il figlio di Umberto lascia il comando al cugino John Elkann, più tifoso che conoscitore di calcio, con risultati sotto gli occhi di tutti. Perché, oltre a chiamare uomini di fiducia (e di conti) in società, sceglie dirigenti che saltano con la stessa frequenza con cui saltano i tecnici, evidenziando tutte le difficoltà nel ripartire dopo gli scudetti consecutivi di Fabio Paratici (e Beppe Marotta): prima Cristiano Giuntoli, reduce dai fasti di Napoli, quindi Damien Comolli, l’uomo venuto dalla Francia con la sua fede negli algoritmi in chiave mercato. Due flop che hanno condotto all’ennesima rivoluzione estiva, quando si sono presentati Giovanni Carnevali, amministratore delegato, e Frederic Massara, uomo mercato.
Un progetto tecnico poco solido
L’esito? Fallimentare, e non potrebbe essere altrimenti se manca la solidità nel progetto tecnico, che si costruisce senza ricominciare da capo a ogni stagione. Squadra ottava in classifica dopo nove giornate, a -11 dalla coppia di testa Inter e Lazio (25 punti contro 14), con la prospettiva di affrontare il rilanciato Napoli nel posticipo domenicale.
Quel Napoli guidato da Massimiliano Allegri – assente comunque per squalifica allo Stadium – l’allenatore che ha portato l’ultimo trofeo nella bacheca bianconera, la Coppa Italia 2024, per poi essere congedato in tutta fretta dopo la sfuriata dell’Olimpico: un’occasione da non perdere per Giuntoli, che aveva già in caldo Thiago Motta. Quello è stato l’inizio di una parabola discendente che ha visto la squadra bianconera eclissarsi su tutti i fronti.
Alla Juve sono cominciati i regolamenti di conti pubblici
Lo scudetto è assente dal 2020, vinto con il mai sopportato Maurizio Sarri, mentre l’Europa è fonte di eliminazioni anticipate e la Coppa Italia di figuracce assortite (nelle ultime due stagioni: fuori con l’Empoli, vicino alla retrocessione, e travolta dall’Atalanta). Dopo le brucianti sconfitte in casa contro la Lazio e nell’ultimo turno infrasettimanale con il Genoa, sono partiti regolamenti di conti pubblici che lasciano intuire quale sia il clima interno alla Continassa.
Aveva cominciato il capitano Bremer dopo la Lazio, con parole chiare e non gradite a Spalletti: «Il tecnico dà indicazioni, ma andiamo noi in campo e io non posso prendere in braccio tutti. Arrivo fino a un certo punto: c’è chi ha più carattere e chi meno, c’è chi ha paura quando sente i fischi e chi no. Non punto il dito, ma ognuno ha il suo carattere: c’è chi quando le cose vanno male esce fuori e chi, al contrario, si nasconde». Gli ha fatto seguito il vicecapitano Weston McKennie dopo la sconcertante prestazione collettiva di Marassi: «Spalletti ora non può prendersi tutte le colpe, siamo tutti colpevoli: stiamo seguendo quello che ci dice, ma sul campo dobbiamo fare di più. Le “cose dentro” non si possono allenare: dobbiamo trovarle noi».
Spalletti ci prova, ma…
E Spalletti? Ha provato con i colloqui collettivi e individuali, ha tentato con il cambio tattico (la difesa passata da quattro a tre per nel tentativo di garantire copertura ed equilibrio), ha cercato vie di uscita. Alla fine ha ribadito di pensare «di essere ancora l’uomo giusto per risollevare questo gruppo». Ci ha provato in questi giorni, con il discorso motivazionale di Carnevali alla squadra e il ritiro alla Continassa. Armi popolari nel calcio di un tempo, ma che oggi appaiono tremendamente spuntate. Soprattutto per un gruppo che gli addetti ai lavori considerano costruito senza logica, a cominciare dal ritorno così voluto di Kolo Muani.
La preferenza è una cosa seria.
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E poi il tentativo di rendere credibili giocatori che già avevano deluso come Koopmeiners e Douglas Luiz (Nico Gonzalez unica nota in controtendenza), l’involuzione di elementi un tempo portanti come Cambiaso, Kalulu e Gatti, gli infortuni del talentuoso Yildiz e del poco apprezzato Locatelli (quanto invece servirebbe nel centrocampo attuale…). A questo si aggiunge la carenza di personalità evidenziata da Spalletti: «Dobbiamo metterci qualcosa in più, ammesso che questi calciatori ce l’abbiano».
Vero, ma questo deve essere – anche e soprattutto – compito di chi guida la squadra, di chi è forte di un contratto rinnovato fino al 2028 e dell’appoggio aperto della società. Il lavoro che sta facendo, per esempio, Rino Gattuso: come ct non riuscì a rimettere in sesto i cocci della Nazionale spallettiana, oggi è capolista con una Lazio in cui i tifosi sono in rottura prolungata con Claudio Lotito e in cui il mercato è stato di livello infinitamente più basso come costi di quello bianconero. E non soltanto nell’ultima estate.
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