La preghiera del mattino
Ma certo, contro la sharia e i maranza ci vuole l’ora sessuoaffettiva
Scrive Maurizio Belpietro sulla Verità:
«Schlein e compagni ci hanno spiegato che i disordini sono la manifestazione del disagio di una generazione privata del futuro e che per risolvere i problemi di ordine pubblico avremmo dovuto farci carico del malessere dei giovani, in particolare di quegli italiani di seconda generazione a cui non vengono offerte prospettive. Sciocchezze. Le indagini dimostrano che Youssef Siher, nato in Italia da genitori marocchini, aveva tutte le strade aperte. Nel nostro Paese aveva potuto studiare, laurearsi, conseguire un master, sposarsi, collaborare con centri di ricerca e importanti quotidiani. Ma l’affermazione nel mondo del lavoro non era la sua priorità. Nonostante avesse un’istruzione (parla quattro lingue) e avesse viaggiato, Siher era legato all’islam radicale e alle posizioni più estremiste del mondo antagonista e pro Pal, al punto di esprimere parole di sostegno ad Hamas, i terroristi del 7 ottobre. Le indagini hanno fatto emergere anche un altro aspetto e cioè il ruolo della moglie di Youssef, anche lei indagata e italiana di seconda generazione. Lavora per un’associazione che si occupa di migranti come mediatrice culturale, un gruppo che – a quanto risulta – ha ricevuto generosi finanziamenti dall’Europa, dalla Regione e dal Comune di Milano, oltre che da altri enti. Ma a quanto pare gli aiuti all’integrazione non hanno ottenuto il ringraziamento che ci sarebbe da aspettarsi, bensì una strana voglia di disintegrare il Paese che accoglie gli stranieri. È successo con Salim El Koudri, l’attentatore della tentata strage di Modena, ma anche in Francia con Hodei Docampo Ciarra, l’uomo che ha appiccato il fuoco al municipio di Limoges: immigrati cresciuti dentro il sistema, ma che poi si rivoltano contro quello stesso sistema che li ha istruiti e cresciuti».
Dunque il disagio giovanile era la spiegazione antropo-teo-filo-sociologica, il caro-benzina quella economica. Poi arriva un fermo e salta fuori il militante-intellettuale organico col manualetto di guerriglia e il sogno del golpe. Praticamente un alleato del campo largo, dice bene Belpietro, del resto se l’obiettivo (parola dello stesso rivoluzionario del Movimento 17 ottobre) è far cadere il governo Meloni, vuoi mettere quanto sia secondario sapere chi scende in piazza e con quali intenzioni?
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Da uno Youssef all’altro. Scrive Giuseppe De Lorenzo sul Giornale a proposito del ribattezzato “piccolo casseur” di origine marocchina della Barona (celebre per aver affrontato a muso duro le telecamere con la refurtiva al collo e per la mamma che svuotava gli armadi in diretta Rai per suffragare la versione del marito e giurare che il pargolo «non ha rubato nulla», «si è fatto trascinare»):
«Beh. Sapete cosa raccontano oggi la preside e la vicepreside della sua scuola media, dove è arrivato direttamente dal Marocco? “È un ragazzo con fragilità importanti, su cui abbiamo investito tutte le nostre forze”, “abbiamo fatto un programma ad hoc, su misura”. Addirittura “fin dalla prima media ha un trattamento speciale: un progetto ‘one to one’, con gli insegnanti che gli fanno lezione in un’altra aula”. Ed ecco smontata tutta la retorica di questi giorni di chi va in tv a dire che quei maranza e devastatori “vanno capiti”, “non si sentono compresi”, “li abbiamo abbandonati a loro stessi”. Beh: a Ciccio-Bello-Col-Martello abbiamo predisposto, in pratica, un “progetto educativo personalizzato”, nell’auletta privata. E l’abbiamo pagato noi, con le nostre tasse. Quindi sì: lo abbiamo “capito” benissimo, lo abbiamo “compreso” e anche “aiutato”. E lui ha risposto grazie spaccando un po’ di vetrine. Cornuti e razziati».
Siamo, del resto, nel regno della «preside di Marracash», intervistata a ripetizione contro il tetto agli alunni stranieri, e del Marra Block Party che ha portato i campetti, gli sportelli psicologici, lo studio di registrazione, i progetti, i festival, con il Pd in prima fila ad applaudire. Non è la prova che i campetti siano inutili, ma che con le buone intenzioni e i servizi non si fa un villaggio.
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Scrive Francesco Merlo su Repubblica:
«Eppure, eravamo sicuri di aver trovato “il giovane” nelle piazze dei Fridays for future dominate dalla giovanissima Greta. E poi abbiamo dato i numeri con le Sardine: diecimila, centomila, un milione di giovani. E a qualcuno era sembrato di trovare i giovani che incarnavano lo spirito del tempo nei 283 milioni di follower di Taylor Swift […] Sarebbe ora di confessare che i giovani non esistono, sono un’invenzione del marketing, e a parte il dato anagrafico non hanno nient’altro in comune quelli che si incappucciano come i picciotti negli agguati mafiosi e quelli del pandemonio collettivo di piazza San Pietro, e quegli altri che nell’estate scorsa si rincretinivano a guardare Temptation Island che, secondo i giornali, aveva riportato in tv il pubblico dai 14 ai 25 anni […] E nessuno – vuoi mettere – è giovane come fummo noi, viandanti trasgressivi e maltrattati con Dennis Hopper e Peter Fonda sulle moto di Easy Rider: noi sì che eravamo “i giovani”, non come ’sti giovani qua. Quanti anni aveva Narciso quando morì d’amore per la propria immagine riflessa nell’acqua?».
Sulla sbronza mistica per “i giovani” aveva già scritto tutto qui il direttore Boffi in altre stagioni di altri giovani responsabili, seri, appassionati, incazzati e sfasciavetrine tra gli applausi di presidi ed editorialisti: «Come applaudono Greta per applaudire se stessi, così blandiscono gli studenti per blandire se stessi e le proprie idee. Non importa loro nulla dei giovani, ridotti a parete su cui far rimbalzare l’eco. Fanno dire ai ragazzi quel che pensano loro. È un gioco di prestigio, un numero da ventriloqui. Perché, poi, è chiaro che l’obiettivo polemico sono gli “altri” adulti». Il ventriloquo cambia pupazzo ma non il numero.
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Scrive Lorenzo Castellani su Domani:
«Non tutte le proteste producono una svolta a destra, ma assolvere una protesta convulsa e violenta con l’ipocrisia dell’ascolto rischia di condurre la maggioranza degli elettori alla ricerca di una protezione sotto lo scudo di un leader forte. Per questi motivi, l’élite che si mostra indulgente verso la protesta violenta cade in errore poiché non risulta credibile nell’eliminare la diseguaglianza generazionale e al tempo stesso alimenta una possibile controrivoluzione silenziosa».
Specie se a riconoscere il “diritto alla rabbia” dei giovani sono, come dice Castellani, «personalità che hanno attraversato governi, partiti e istituzioni senza modificare gli squilibri generazionali», riducendo l’eterno richiamo all’ascolto a una gigantesca autoassoluzione collettiva a buon mercato. Specie se la “rabbia dei giovani” diventa l’assist per il solito programma d’intenti di Elly Schlein, che proclama al Corriere: «Per Giorgia Meloni sono abbastanza grandi per andare in galera ma non per l’educazione sessuoaffettiva a scuola? Tocca a noi prenderci la responsabilità di ascoltarle e costruire insieme alle nuove generazioni le risposte che servono». Dimenticando la probabile, smisurata vastità del cacchio che può fregare dell’ora di educazione sessuoaffettiva ai due Youssef.
Specie se i tanti che gridavano che la colpa è del disagio, della povertà e della destra razzista che reprime e non integra non hanno avuto il tempo di cambiare slogan prima che arrivasse il verbale di quello perso nel fanatismo dell’islam radicale e dell’altro a caccia di cinture firmate da esibire su TikTok. Specie se in nome della rivolta vengono pubblicate interviste come quella a Martina Bianchin, 23 anni, studentessa della Sapienza (volto simbolo della protesta a Roma per aver scritto su un poncho: “ascolto”), che spiega: «Quello che è successo a Milano è successo, ma non ho visto soltanto i video delle vetrine distrutte. Ho visto anche filmati di vestiti presi da quei negozi e distribuiti in giro tra i clochard». Praticamente una colletta alimentare. Insomma, pur di non ammettere che la loro idea di integrazione e di gioventù è fallita, preferiscono il racconto edificante al verbale: meglio un saccheggio a lieto fine che una narrazione da buttare.
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