Non c’è educazione all’affettività senza domanda sull’umano
Come insegnante prima e come nonna ora, con uno sguardo che abbraccia tre generazioni, mi colpisce molto il paradosso che circonda la cosiddetta “educazione all’affettività e alla sessualità”. Da un lato viene relegata a semplice attività scolastica extracurriculare, dall’altro viene trattata come un “tema sensibile” quasi scottante. Lo dimostra anche il recente decreto Valditara, che richiede il consenso informato dei genitori per questo tipo di progetti a scuola. Per fare chiarezza su queste contraddizioni, abbiamo posto alcune domande a Miriam Incurvati, psicologa psicoterapeuta dell’età evolutiva e Presidente aps Progetto Pioneer.
Incurvati si occupa di sostegno alla genitorialità, consulenza psicologica e psicoterapia per infanzia e adolescenza. Ha un’esperienza decennale di progettazione e conduzione di corsi di formazione per insegnanti e genitori, e progetti per bambini e adolescenti sui temi dell’educazione emotiva, relazionale, sessuale, prevenzione al bullismo, cyberbullismo e prevenzione alla violenza sulle donne. Ha scritto Centomila baci (Città Nuova editore).
Dottoressa Incurvati, negli ultimi mesi il dibattito sull’educazione affettiva e sessuale è tornato al centro della discussione pubblica, anche in seguito al decreto Valditara sul consenso informato dei genitori e sulla raccolta firme per un referendum abrogativo della disposizione che propone l’educazione sesso affettiva. Molto si discute di programmi scolastici, di possibili derive ideologiche e del ruolo della scuola; si tende a parlare molto meno, però, di cosa significhi educare all’amore. Che impressione ha di questo dibattito? C’è qualcosa che, a suo avviso, manca?
In tutta onestà siamo lieti che ci sia questo dibattito. I nostri figli sono immersi in un mondo in cui la sessualizzazione diventa sempre più precoce, i messaggi mediatici ci bombardano spesso senza che ne siamo consapevoli, libri, serie tv e canzoni troppo di frequente normalizzano l’amore tossico, l’esposizione alla pornografia è diventata massiva, sono diffusi l’isolamento sociale, l’aumento di disturbi d’ansia e di depressione… Tutto questo e molto altro richiede una riflessione seria tra gli adulti.
Credo che il primo punto su cui soffermarci sia: chi è l’umano? A volte sembra ci si riferisca ai ragazzi come contenitori da riempire, a entità scisse e smembrate. Manca una prospettiva che integri le diverse dimensioni della persona umana. In un’ottica bio-psico-sociale si parla di unità di corpo, mente e spirito, come parti inscindibili e integrate che definiscono la persona nella sua complessità.
A livello internazionale si è ampiamente dimostrato come una educazione sessuale basata solo sulla genitalità sia inefficace. Secondo il rapporto “Comprehensive Sexuality Education (Cse) Country Profiles” dell’Unesco, l’educazione sessuale comprensiva che prevede un insegnamento di tipo trasversale e olistico sugli aspetti cognitivi, emozionali, fisici e sociali della sessualità, si è dimostrata essere molto più efficace. Questo approccio mira a sviluppare le competenze per vivere la sessualità in modo gratificante e responsabile, enfatizzando rispetto, consenso e benessere. Promuove valori come consapevolezza, curiosità e autonomia, affrontando anche tematiche come violenza di genere e discriminazione.
Per questo, con la nostra esperienza decennale, preferiamo parlare di educazione affettivo sessuale, piuttosto che educazione sessuale o sessuo-affettiva. La sessualità è una dimensione della persona presente sin dalla nascita, ed è da subito integrata alla dimensione affettiva. Pensiamo che i primi aspetti da considerare nell’educazione siano quelli legati agli affetti. Questo significa che è necessario concentrarsi in primo luogo sull’educazione emotiva e relazionale, e poi sul resto. Solo per fare degli esempi: chi educa i bambini e i ragazzi a gestire emozioni come la rabbia e la tristezza? Chi si occupa di accompagnare i nostri giovani nelle relazioni amicali, prerequisito per imparare ad amare? Chi insegna ad accettare il non consenso dell’altro, anche se ci genera frustrazione? Chi insegna a riconoscere l’abuso e a saper chiedere aiuto? I fatti di cronaca ci aiutano a vedere chiaramente quanto sia urgente affrontare questi temi nei progetti nelle scuole.
La famiglia rimane sicuramente la prima agenzia educativa e i genitori devono essere coinvolti nelle scelte educative, per questo l’informazione e il consenso dei genitori sono importanti. La famiglia non può però essere lasciata sola. Riteniamo che di fronte alla grande complessità che caratterizza il nostro tempo sia fondamentale allearci e promuovere l’educazione da più fonti. Per cui anche la scuola oggi è chiamata a svolgere questo compito in modo competente e rispettoso dei valori di tutti. Parlare di sessualità spaventa ancora molti adulti. Eppure, è possibile partire dal dato biologico, parlare un linguaggio scientifico, adeguato all’età e rispettoso del sistema valoriale da cui proviene ogni alunno.
Ci sono poi temi come la prevenzione dell’abuso sul minore che devono essere affrontati in modo sistematico in Italia. È fondamentale che le istituzioni riflettano su come formare il personale scolastico e i genitori tramite basi teoriche radicate nella biologia, nella psicologia evolutiva, nella pedagogia e nella sociologia. È dunque importante mantenere aperto un dibattito purché non sia polarizzato, il vero confronto è possibile se c’è rispetto e apertura.
Anche se genitori e insegnanti giocano un ruolo fondamentale ed insostituibile nell’esperienza dei loro figli e studenti, essi confessano spesso di sentirsi impreparati quando devono affrontare questi temi con i ragazzi, finendo, di fatto, per delegare gli “specialisti”. Ma cosa significa educare un giovane ad amare? In altri termini, quali sono i compiti specifici della famiglia, della scuola, delle associazioni, della comunità cristiana, degli adulti che hanno responsabilità educative? Se lei dovesse lasciare loro un’indicazione di metodo, da dove suggerirebbe di cominciare?
È una domanda seria e a cui è difficile dare una risposta completa e sintetica. L’amore e l’educazione sono due enormi esperienze dell’umano. Partirei dalla considerazione che per educare un bambino ci vuole un intero villaggio: in questo senso tutti gli attori educativi possono e devono contribuire. La famiglia è il primo luogo dove si sperimenta l’amore nelle relazioni: i genitori trasmettono valori, senso e soprattutto esperienza della cura. La scuola ha, a sua volta, un compito importante, quello di supportare o sopperire alle famiglie che non sono pronte, non sono sensibili, o non hanno le risorse per fronteggiare la grande complessità del nostro tempo. La scuola può invece arrivare a tutti, garantire un livello di base di educazione emotiva, relazionale e le conoscenze sul funzionamento del corpo umano.
Tutti gli agenti educativi possono collaborare per creare una palestra dove far crescere l’amore. Dunque, se la scuola fosse veicolo di informazione e formazione ci sarebbe la possibilità per i genitori di essere coinvolti e diventare protagonisti in una stretta collaborazione, anche per scegliere i temi educativi e gli esperti a cui ricorrere. La richiesta del consenso informato potrebbe essere interpretata come una mancanza di fiducia nella scuola e nei docenti, invece tutto questo agevola un rapporto di collaborazione e rispetto reciproco per il bene dei ragazzi.
Un’indicazione di metodo che mi sento di dare è quella di discernere sempre tra ciò che svuota l’umano del suo essere persona, e ciò che invece tutela e fa crescere: oggi viviamo una società che mette in atto processi di spersonalizzazione per ragioni quasi sempre di guadagno economico. La famiglia dovrebbe tutelare l’essere persona dei propri figli (ad esempio tutelandola da strumenti o esperienze non adatte all’età) e invece privilegiare l’incontro reale con l’altro.
Per far ciò propongo:
- la presenza, esserci autenticamente nelle relazioni con le nuove generazioni. Non sostituire ma accompagnare e guidare;
- stabilire dei limiti e insegnare a rispettarli. Le regole aiutano a stabilizzarsi, a ricercare un modulatore interno.
- aiutare a costruire un’immagine positiva di sé e del proprio corpo, realistica e valorizzante. Far crescere la consapevolezza del proprio e altrui valore per sé stessi e per gli altri.
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