Altro che «inutile», l’agricoltura andrebbe insegnata a scuola
Mela, carota, grano: elementi di una semplicità disarmante che appartengono alla quotidianità di chiunque, ma che oggi rivelano una profonda frattura culturale ed emotiva. Nel 2026, la distanza tra le nuove generazioni e la provenienza del cibo ha raggiunto livelli di guardia. Un ragazzo oggi può programmare con disinvoltura un’applicazione informatica, ma incontra serie difficoltà nell’individuare la stagionalità di un ortaggio o nel riconoscere una pianta di zucchina prima che diventi un prodotto confezionato nello scaffale di un supermercato.
La narrazione distorta
Il paradosso della società contemporanea risiede nella costante sovraesposizione mediatica del cibo. I palinsesti televisivi e i social network sono inondati da “food blogger”, ricette virali e competizioni culinarie spettacolarizzate. Tuttavia, la celebrazione del piatto pronto ha finito per oscurare l’origine del prodotto agricolo. Per molti studenti della scuola primaria e secondaria, il cibo nasce tra gli scaffali di un supermercato o arriva alla porta di casa tramite app di delivery. La filiera produttiva – il suolo, la semina, le stagioni, le tecniche di coltivazione e la tutela della biodiversità – è diventata un’entità astratta e invisibile.
Questa disconnessione si riflette puntualmente nel dibattito pubblico e televisivo, dove il settore primario viene talvolta liquidato con superficialità. In una trasmissione come In onda su La7, un noto giornalista ha recentemente bollato l’agricoltura italiana come «inutile», deridendo i produttori come soggetti che vivono solo di sussidi europei per inquinare la terra. A questa provocazione si contrappongono spesso risposte deboli o fuorvianti: dalla difesa d’impeto della biodinamica – una nicchia di circa 400-500 aziende (lo 0,04 per cento del totale) basata su teorie esoteriche del 1924 – al rifugio in un’agroecologia astratta che elude i dati della scienza agronomica. Nel frattempo, la narrazione eco-gastronomica ha finito per trasformare il cibo genuino da diritto universale a status symbol d’élite, colpevolizzando le famiglie meno abbienti per l’acquisto di prodotti da discount.
Un motore economico indispensabile
L’agricoltura italiana non è un residuo del passato, ma un motore economico indispensabile: conta oltre 1,1 milioni di aziende agricole reali e una filiera agroalimentare estesa da oltre 600 miliardi di euro di fatturato complessivo, con un Made in Italy che supera i 70 miliardi di esportazioni annue. Il settore garantisce lavoro a 900 mila addetti diretti nelle campagne, che salgono a circa 3,5 milioni nell’intera filiera. I contributi della Politica agricola comune (Pac) servono prima di tutto a calmierare i prezzi al consumo per le famiglie e a compensare gli elevati standard ambientali e di sicurezza alimentare imposti dall’Unione Europea.
Al di là del valore economico, l’agricoltore svolge un ruolo insostituibile come presidio attivo del territorio. Circa metà della superficie italiana è coltivata e custodita dagli agricoltori. Senza il loro lavoro quotidiano, le aree interne e montane scivolerebbero verso il dissesto idrogeologico, l’abbandono e gli incendi. La manutenzione dei canali di scolo, la conservazione dei terrazzamenti e la pulizia dei sottoboschi rappresentano funzioni di interesse pubblico che evitano costi ambientali enormi per la collettività. Il tutto a fronte di importanti progressi ecologici: dal 1990 l’agricoltura italiana ha tagliato le proprie emissioni di oltre il 20 per cento, incidendo oggi per meno del 9 per cento sul totale dei gas serra nazionali.
Un’ora di agricoltura a scuola
Di fronte a questa situazione, è forse arrivato il momento di riservare all’agricoltura uno spazio specifico nelle scuole. Non si tratterebbe né di ridurre l’insegnamento alla sola educazione alimentare (conteggio calorico e piramide alimentare) né di creare percorsi professionalizzanti agrari. L’obiettivo sarebbe più ampio: far conoscere ciò che mangiamo, comprendere che cosa significa coltivare e imparare a rispettare i tempi della natura.
In questa prospettiva, l’agricoltura diventerebbe una materia “cerniera multidisciplinare”, capace di collegare scienza, storia, geografia, economia e senso civico; mostrare che la terra segue tempi biologici che nessun algoritmo può accelerare; educare alla pazienza e alla responsabilità; rendere visibile l’interdipendenza tra clima, salute del suolo e benessere umano.
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