In Brasile Bolsonaro non ha ancora vinto. Il bolsonarismo sì

Di Paolo Manzo
06 Ottobre 2026
Comunque andrà il ballottaggio tra Lula e il suo sfidante, il primo turno delle elezioni sancisce l’evoluzione della destra in forza dominante del paese
Lo sfidante di Lula, Flávio Bolsonaro (foto Ansa)
Lo sfidante di Lula, Flávio Bolsonaro, uscito vincente con il 47 per cento dei voti dal primo turno delle elezioni in Brasile, celebrato domenica 4 ottobre 2026. I due si affronteranno nuovamente al ballottaggio del 25 ottobre (foto Ansa)

Il Brasile non ha ancora scelto il suo presidente, ma ha già deciso dove si sposta il baricentro del potere. Il voto di domenica 4 ottobre ha infatti consegnato alle destre una forza parlamentare senza precedenti nella storia del paese, mentre Flávio Bolsonaro ha chiuso il primo turno davanti a Luiz Inácio Lula da Silva, smentendo i sondaggi che davano favorito il presidente uscente. Con il 47,03 per cento dei voti validi, pari a 56,1 milioni di preferenze, Flávio ha staccato Lula di oltre 2,2 milioni di voti, fermo al 45,16 per cento.

I due si sfideranno al ballottaggio del 25 ottobre, ma la prima sorpresa delle elezioni è già chiara: la destra brasiliana non è soltanto in corsa per la presidenza, è diventata la forza dominante in Parlamento. Il Partito liberale (Pl) di Bolsonaro passa da 15 a 28 senatori e diventa il primo al Senato; alla Camera sale da 98 a 121 deputati. Se tra 20 giorni Flávio vincerà, potrà governare con una maggioranza parlamentare molto più favorevole di quella avuta dal padre Jair Bolsonaro (2019-2022). Se al contrario rivincerà Lula (2023-2026), dovrà fare i conti con un equilibrio politico nel quale il centro di gravità si sarà spostato decisamente a destra.

Chi è il Bolsonaro che può tornare al potere

Flávio Bolsonaro ha 45 anni, è avvocato e senatore di Rio de Janeiro. Figlio maggiore di Jair, è quello che, tra i quattro figli politicamente attivi dell’ex presidente, ha costruito la carriera istituzionale più lineare. Entrato giovanissimo nella politica dello Stato di Rio, è stato deputato statale dal 2002 al 2019. Nel 2018 è arrivato al Senato con oltre quattro milioni di voti, proprio mentre il padre conquistava la presidenza.

Più istituzionale dei fratelli Eduardo, impegnato sul fronte internazionale, e Carlos, stratega della comunicazione digitale, Flávio ha rappresentato in Congresso la continuità politica del bolsonarismo. È una differenza importante: non deve presentarsi come un nuovo Jair Bolsonaro, ma come quello che viene dopo Bolsonaro. Dopo l’ineleggibilità e la condanna dell’ex presidente per il tentativo di colpo di Stato seguito alla sconfitta del 2022, il Pl ha scelto Flávio come erede. Il risultato del primo turno mostra che il passaggio generazionale ha funzionato. Il bolsonarismo non coincide più con Jair: ha una classe dirigente, un partito, una rete territoriale e un elettorato, e oggi Flávio ne è il volto istituzionale.

Liberalismo economico, conservatorismo sociale, sicurezza

Il suo programma “Para o Brasil Vencer o Atraso” (“Perché il Brasile superi l’arretratezza”, in italiano) combina liberalismo economico, conservatorismo sociale, lotta alla criminalità e ridimensionamento dello Stato. Sul piano economico, Flávio promette una sforbiciata (“tesouraço” in portoghese) con almeno dieci ministeri in meno, revisione della politica fiscale e riduzione della pressione tributaria.

Il presidente uscente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva (foto Ansa)
Il presidente uscente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva. Se dovesse risultare eletto di nuovo, si troverebbe a governare con un parlamento marcatamente spostato a destra (foto Ansa)

Ma è sulla sicurezza che il programma assume i toni più caratteristici: abbassamento della maggiore età penale da 18 a 16 anni, sanzioni per gli over 14 responsabili di reati gravissimi, costruzione di cinque nuove carceri federali di massima sicurezza e creazione di 500 mila nuovi posti nel sistema penitenziario. Le principali fazioni criminali del Brasile, inoltre, dovrebbero essere trattate come organizzazioni narcoterroristiche.

Il braccio di ferro con i giudici

La parte più esplosiva del programma, però, riguarda la Corte suprema. Flávio propone di limitare le decisioni monocratiche dei singoli giudici, rafforzare il carattere collegiale della Corte, ridurne alcune competenze e riportarla alla funzione prevalente di tribunale costituzionale.

Per il bolsonarismo non è una questione tecnica, ma una battaglia sull’equilibrio tra i poteri. La destra ritiene infatti che la Corte suprema abbia progressivamente occupato uno spazio lasciato libero dalla politica, intervenendo sempre più nei conflitti istituzionali ed elettorali. Con il nuovo Parlamento, questa agenda potrebbe per la prima volta avere concrete possibilità di tradursi in riforme.

Una nuova forza istituzionale

La forza del risultato di Flávio Bolsonaro non può essere ridotta a suo esclusivo successo personale. Il Partito liberale ha costruito una macchina capace di trasformare il voto conservatore in rappresentanza istituzionale. Alla Camera, figure della nuova destra digitale come Nikolas Ferreira e Lucas Pavanato mostrano che il messaggio bolsonarista non dipende più dal patriarca Jair, ma passa attraverso una nuova generazione di parlamentari con milioni di sostenitori sui social.

Il dato del Senato è ancora più significativo perché erano in palio due terzi dei seggi. Il Pl arriva con queste elezioni a contare 28 senatori su 81 e, insieme agli altri partiti di centrodestra, dispone di uno spazio politico senza precedenti.

Lula conserva un’enorme base elettorale, soprattutto nel Nordest, ma il voto di domenica ha dimostrato che la destra ha smesso di essere soltanto una corrente elettorale e ha costruito un’infrastruttura politica nazionale. Il 25 ottobre si deciderà se Flávio aggiungerà a tutto questo anche la presidenza. Ma il prossimo inquilino del Planalto dovrà fare i conti con un equilibrio politico già profondamente cambiato. Se sarà Flávio, avrà gli strumenti parlamentari che suo padre non ebbe mai. Se sarà Lula, dovrà governare con una destra abbastanza forte da condizionarne l’agenda politica.

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