In Cina non c’è stata nessuna alluvione

Di Leone Grotti
03 Settembre 2026
Il Partito comunista censura e arresta chi pubblica video e notizie online in Cina sulle conseguenze della devastante alluvione del 26 agosto
Le telecamere di sorveglianza cinesi riprendono l'istante in cui un'onda nera di pietre e fango distrugge Gyirong Port, il valico di frontiera tra Nepal e Cina
Le telecamere di sorveglianza cinesi riprendono l'istante in cui un'onda nera di pietre e fango distrugge Gyirong Port, il valico di frontiera tra Nepal e Cina

Se si fosse obbligati a mostrare un solo filmato per far capire quanto è stata devastante l’alluvione lampo che il 26 agosto ha travolto il distretto di Rasuwa, in Nepal, al confine con il Tibet, probabilmente tutti sceglierebbero quello che immortala una gigantesca onda nera che spazza via le strutture di Porto Gyirong: il ponte che collega l’autostrada 42 del Nepal alla 216 della Cina, gli edifici del porto e soprattutto il checkpoint che stabilisce il confine tra i due paesi.

Dei gravissimi danni causati in Nepal dall’inondazione provocata dal crollo di un ghiacciaio sull’Himalaya sappiamo tutto: i paesi spazzati via, i tunnel pieni di fango, i 1.114 morti e i 3.916 dispersi. Di quanto accaduto a poche centinaia di metri di distanza, dall’altra parte del confine, in Cina, invece non sappiamo niente.

Quattro villaggi in Tibet spazzati via

L’ultimo aggiornamento sull’alluvione pubblicato dalle autorità cinesi risale alle 6 di sera del 29 agosto: 16 morti e 546 dispersi, tra i quali 261 cittadini stranieri. La differenza rispetto ai dati nepalesi è eclatante soprattutto se si considera che almeno quattro villaggi in Tibet sono stati duramente colpiti, come dichiarato al Guardian dall’attivista tibetana residente all’estero Tencho Gyatso. «Sembra che almeno 300 case siano state distrutte. Ciò che si vede in Nepal rende eclatante quello che viene nascosto in Tibet», la regione invasa dall’esercito maoista nel 1950 e che storicamente comprendeva un terzo dell’attuale Cina.

Di quei villaggi non si sa niente e anche il video che mostra il valico di confine inghiottito dall’onda nera è stato censurato dalle autorità di Pechino poche ore dopo la sua pubblicazione: i milioni di utenti cinesi che cercano di guardarlo si scontrano con il consueto “errore 404”, che indica un contenuto cancellato dalle autorità comuniste, mentre coloro che sono abbastanza coraggiosi da tentare di caricarlo di nuovo hanno scoperto che è impossibile.

La Cina arresta chi pubblica notizie

Più che la macchina dei soccorsi, l’alluvione ha attivato quella della propaganda, che in Cina fa sempre rima con repressione. In Tibet la cyberpolizia del regime cinese ha inflitto “sanzioni amministrative” a 10 utenti (di solito si tratta di 200 euro di multa circa o 10 giorni di carcere), poi diventati 12 e sottoposti a non meglio precisate “punizioni educative”.

Gli utenti sono colpevoli di aver diffuso “voci online”, tra le quali: «Oggi una valanga di fango ha seppellito più di 1.000 persone», «circa 500 persone potrebbero essere morte e anche i dispersi potrebbero aver perso la vita» e ancora: «Almeno mille persone…».

Un gruppo WeChat specializzato in notizie sulla montagna si è raccomandato con gli iscritti di «non pubblicare immagini o video sensibili». Subito dopo, in un altro post, ha aggiunto: «Sono appena stato alla stazione di polizia».

Gli ingenti danni causati dall'alluvione del 26 agosto a Dhunge Bazaar, lungo il fiume Trishuli a Nuwakot, in Nepal
Gli ingenti danni causati dall’alluvione del 26 agosto a Dhunge Bazaar, lungo il fiume Trishuli a Nuwakot, in Nepal (foto Ansa)

Xi Jinping sfrutta la tragedia

La censura è solo uno degli strumenti adottati in questi giorni dalla propaganda cinese. Se infatti non si sa praticamente nulla dei danni causati dall’alluvione nelle aree colpite in Tibet, sono onnipresenti le immagini dei leader comunisti che si “prendono cura” del loro popolo.

I giornali cinesi pullulano di notizie sul dittatore Xi Jinping che ha riunito il Politburo per coordinare le operazioni di soccorso e sul numero due del Partito comunista, il premier Li Qiang, che si è personalmente recato a Gyirong per guidare i soccorritori sul campo (come se avesse competenze per farlo).

In questo modo un’immensa tragedia viene trasformata da Pechino in una farsa orchestrata per millantare una presunta competenza statale.

I giornalisti tra Nepal e Cina

In realtà, è l’esatto contrario. Tra gli hashtag censurati su Weibo c’è anche «Il Porto di Gyirong aveva riaperto appena sei mesi fa». L’area era già stata devastata nel 2024, poi da un’altra alluvione nel luglio 2025 e aveva riaperto l’1 gennaio di quest’anno, prima di essere di nuovo spazzata via otto mesi dopo.

In un paese normale, i giornalisti si affretterebbero sulla scena del disastro per intervistare i sopravvissuti, interrogare gli esperti e poi chiedere conto al governo di tanta inefficienza.

In Cina, invece, i reporter della televisione statale Cctv e l’agenzia di regime Xinhua si sono fiondati in Nepal per fare reportage sul disastro. In Tibet, invece, intervistano cittadini contenti e puliti, senza neanche uno schizzo di fango, facendo domande scomode come: «Che cosa hanno fatto per lei i soccorritori?» e giù encomi.

La Cina rilascia un'immagine dei soccorritori che cercano di ripristinare la viabilità sull'autostrada 216 in Tibet, che porta al valico di frontiera con il Nepal, spazzato via dall'alluvione
La Cina rilascia un’immagine dei soccorritori che cercano di ripristinare la viabilità sull’autostrada 216 in Tibet, che porta al valico di frontiera con il Nepal, spazzato via dall’alluvione (foto Ansa)

Il regime caccia i volontari

L’area del disastro in Tibet non è off-limits solo per i giornalisti stranieri. Il 31 agosto il Dipartimento degli affari civili della provincia del Jiangsu ha messo al bando 12 organizzazioni civili, sette delle quali si occupavano di intervenire in operazioni d’emergenza in caso di disastri naturali.

Come dichiarato a Radio Free Asia da un docente dell’Università di Pechino, che ha preferito restare anonimo, «ogni squadra di soccorsi organizzata dai cittadini e non dallo Stato è vista con sospetto dalle autorità. La ragione è semplice: non essendo controllate dal governo, queste organizzazioni potrebbero criticarlo».

Gruppi qualificati di volontari potrebbero tornare utili in questo momento di emergenza, come si vede in Nepal, dove i soccorsi non bastano a far fronte a tutte le necessità delle popolazioni colpite. Ma la prima preoccupazione del governo cinese, evidentemente, non è aiutare gli alluvionati.

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La Cina agisce come durante la pandemia di Covid-19

Il Partito comunista cinese è più impegnato a sotterrare sotto una valanga di propaganda la verità sulla situazione in Tibet che ad aiutare i suoi cittadini a tirarsi fuori dal mare di fango e detriti scaricati dall’alluvione lampo.

Più che la gestione dell’emergenza, per Pechino conta la stabilità del sistema. Per questo, quando scoppiò la pandemia di Covid-19 a Wuhan, la dottoressa Ai Fen e il dottor Li Wenliang, i primi ad accorgersi che non si trattava di un comune virus, sono stati messi a tacere con le minacce alla fine del 2019 mentre il virus veniva lasciato libero di infettare il mondo intero.

Il dottor Li, prima di morire dopo aver contratto il virus, ebbe il coraggio di rilasciare un’intervista a Caixin e di dichiarare: «Penso che in una società sana debbano esserci più voci e non approvo l’uso eccessivo del potere pubblico per interferire».

Alcune vittime dell'alluvione che ha travolto Nepal e Tibet vengono seppellite in una fossa comune a Kathmandu, capitale del Nepal
Alcune vittime dell’alluvione che ha travolto Nepal e Tibet vengono seppellite in una fossa comune a Kathmandu, capitale del Nepal (foto Ansa)

Il déjà vu del 2008 in Sichuan

Ed è sempre per non danneggiare il Partito comunista che la Cina non ha mai condotto una vera indagine sul crollo di settemila aule scolastiche a causa del terribile terremoto del 2008 nel Sichuan. Il sisma fece circa 100 mila vittime, ma se gli edifici scolastici in una delle aree più arretrate della Cina fossero stati costruiti a norma forse molti dei cinquemila studenti morti avrebbero potuto salvarsi.

Invece che indagare sulla corruzione e sulla negligenza dei quadri di partito, Pechino preferì arrestare i genitori e gli attivisti che protestavano e chiedevano la ragione per cui le scuole si erano accartocciate in pochi secondi, contrariamente ad altri edifici che ressero l’urto delle scosse del terremoto.

La Cina pubblica una foto di una squadra di soccorritori che commemora le vittime dell'alluvione in Tibet
La Cina pubblica una foto di una squadra di soccorritori che commemora le vittime dell’alluvione in Tibet. Il regime non pubblica dati aggiornati dal 29 agosto

Cambia la calamità, non il regime

Terremoto, epidemia, alluvione: cambia l’emergenza nazionale, cambia la calamità naturale ma non cambia l’atteggiamento del Partito comunista. Sopprimere ogni voce libera, censurare la realtà, le immagini, i filmati, per non parlare della repressione di ogni protesta e dissenso.

Ancora una volta l’obiettivo, l’unica cosa che conta, non è accertare la verità dei fatti per rispondere in modo adeguato all’emergenza. Ma garantire che il Partito comunista non venga intaccato dal fango del discredito, così che possa continuare a dominare incontrastato su 1,4 miliardi di cinesi. I quali possono anche rimanere sepolti sotto una valanga di fango: l’importante è che nessuno venga mai a saperlo.

@LeoneGrotti

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