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Maternità, quel desiderio cancellato

Di Marina Corradi
30 Agosto 2026
Mi chiedo se il desiderio di un figlio nelle giovani donne rimane

Potrebbe essere cento anni fa: una giovane donna che nel tramonto di una sera d’estate porta a passeggio il suo bambino fra i campi. Una madre fanciulla, la si direbbe, da quella lunga chioma sulle spalle. Il rame dei capelli acceso dal sole si ritrova nel figlio. Attorno un tramonto di giugno, luce ancora alle nove nei giorni del solstizio, che non si rassegnano a morire.

Una ragazza con un bambino in braccio. Immagine sempre più rara. Le primipare oggi in media hanno quasi 30 anni. Studio, lavoro, soldi, precariato, carriera, tante cose si frappongono a una maternità. Ma mi chiedo se almeno il desiderio di un figlio nelle giovani donne rimane. Me lo chiedo perché, se giro per Milano con un nipote in passeggino, lo guardano e gli sorridono gli anziani, gli adulti anche, magari i bambini: ma le adolescenti, solo loro, sembrano non vederlo nemmeno. Come non guarderebbero una vetrina non attraente. Se in metrò hanno un cagnolino davanti lo accarezzano; per un bambino invece non staccano gli occhi dallo smartphone. Un bambino non è nella lista dei desideri – nemmeno di quelli più lontani. La quale cosa sa di mancanza di memoria, e di futuro.

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Non è certo colpa di quelle diciottenni. Hanno imparato ciò che è stato loro insegnato: a casa, dalla tv, dagli amici, dai social. Sono omologate alla cultura della autorealizzazione, che necessariamente prevede un lavoro e uno stipendio. La liberazione della donna dal solo ruolo di casalinga, sacrosanta, ha avuto un silenzioso effetto collaterale molto positivo sull’economia, dagli anni Settanta: con le donne, il doppio della manodopera sul mercato. E in ogni famiglia, due stipendi: doppio potere d’acquisto. Oggi, lavorare per una donna è obbligatorio. Un figlio è una variabile secondaria, e comunque ritardata. A tutte o quasi viene insegnato questo. Le ragazzine sul metrò sono semplicemente omologate.

Ma c’è qualcosa, bambine, che non vi hanno detto. Qualcosa che si sono dimenticati di dirvi: che cos’ è, avere un bambino. Non lo immaginate. Lo si comincia a capire solo quando ve lo danno fra le braccia, appena nato. Nello sbalordimento che quella creatura venga da voi, ma non fatta da voi. Lo capirete di più guardandolo dormire e sorridere, a volte, ad occhi chiusi, chissà a quale sogno. E di più ancora quando vi guarderà e comincerà a sorridervi. Vi sembrerà allora che nessuno possa esservi più caro al mondo, e che non potreste mai più starne lontano.

Ma capirete del tutto solo il giorno che fosse malato, la febbre alta, pallido, inerte; e in quell’istante di paura saprete forse finalmente che cosa è, di meraviglia e di gioia e di vita, un figlio.

Non ve lo hanno raccontato, bambine. Hanno soppresso in voi anche il desiderio. Guardate i neonati per strada come guardereste la vetrina di una merceria con vecchi vestiti da nonne. Vi hanno cancellato quel desiderio. Ed è triste, perché è un pezzo grande d’anima delle donne, che ci apparteneva.

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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di agosto 2026 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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