Gaudí, il genio che costruiva per conto di Dio
Esistono almeno due modi di scrivere la vita di Antoni Gaudí. Il primo consiste nel partire dalle opere: la Sagrada Família, il Park Güell, la Casa Batlló, la Pedrera. È la strada percorsa dalla maggior parte delle biografie. Si osservano gli edifici, li si interpreta e, a partire da essi, si ricostruisce il profilo del loro autore. Chiara Curti sceglie invece il percorso opposto. Non guarda l’uomo attraverso le sue opere; guarda le opere attraverso l’uomo.
Nelle pagine di Gaudí vivo l’architetto catalano esce dalla teca del genio eccentrico e inafferrabile nella quale il Novecento lo ha spesso rinchiuso. Non scompare il creatore visionario che ha trasformato il profilo di Barcellona; semplicemente smette di occupare tutta la scena. Al suo posto compare una figura molto più concreta e sorprendente: un uomo che si alza all’alba, che cammina a piedi nudi sull’erba bagnata insieme al padre, che lascia entrare gli uccelli dalla finestra aperta della sua casa e che passa gran parte della propria esistenza in un quartiere periferico attorno a un cantiere destinato a non finire mai.
Non concludere, ma partecipare

Curti recupera episodi, testimonianze, ricordi e frammenti di vita che le biografie tradizionali tendono a relegare in nota. Non per gusto aneddotico, ma perché è lì che si rende visibile una personalità. Si comprende allora perché Gaudí potesse dire: «Il mio padrone non ha fretta». La frase, diventata celebre per la sua relazione con la Sagrada Família, smette di essere una battuta folgorante e torna a essere ciò che probabilmente era all’origine: una maniera di abitare il tempo. Un modo di lavorare senza l’ansia della conclusione, perché è a un Altro che spetta concludere ciò a cui l’uomo, essere mortale, è solo chiamato a partecipare.
Per questo, la Sagrada Família appare sotto una luce diversa. Non come il monumento di un genio solitario, ma come il centro di una comunità umana. Attorno al Tempio si muovono operai, bambini, poveri, artisti, benefattori, amici. La costruzione cresce insieme alle persone che la costruiscono. È significativo che Gaudí abbia scelto di vivere proprio lì, in mezzo a quella periferia che la città elegante considerava marginale. «La Sagrada Família cresceva in mezzo a quei poveri, e Gaudí aveva scelto di vivere con loro».
I volti dietro ogni invenzione
Da questa prospettiva acquistano un significato nuovo anche aspetti molto noti della sua architettura. I piatti rotti utilizzati per il trencadís non sono più soltanto una soluzione decorativa geniale, ma diventano frammenti di vite quotidiane trasformati in bellezza. Le figure scolpite sulla facciata della Natività non sono personaggi idealizzati, ma persone reali, spesso umili, incontrate nei dintorni del cantiere. Perfino il modo in cui sceglie i propri modelli rivela una logica diversa da quella del monumento celebrativo: non cerca i migliori, cerca coloro che ama.
In Gaudì la tecnica non è mai staccata dalla fede e la fede non è mai isolata dalle relazioni quotidiane. Per questo Gaudí vivo riserva una sorpresa anche a chi conosce il personaggio e la sua grande opera. Dietro le torri, le facciate e le invenzioni strutturali si intravedono i volti, le amicizie, le fragilità, le ostinazioni e le speranze che le hanno generate.
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