Squalo chi legge
L’Australia come nemmeno gli australiani la racconterebbero mai
C’è un po’ di Australia in ognuno di noi: una terra selvaggia di cui ci limitiamo ad abitare i confini, sognando e temendo l’entroterra e il suo mistero di morte e di vita, quella terra incognita che chi vive là chiama con termine sintetico e intraducibile “Outback”.
E c’è un australiano in ciascuno di noi: un moralista, borghese e bigotto, che tenta di cancellare coi soldi e con l’ostentata virtù le proprie origini da colonia penale; dimentico delle sue origini oltreoceano, sedotto dalla nuova sconosciuta immensità, ma distratto dall’ora del tè.
Questo è ciò che ho capito leggendo L’esploratore Voss (1957), quinto romanzo di Patrick White, unico scrittore australiano ad aver vinto il premio Nobel (1973).
Nel cuore dell’Outback
Sono rimasto sedotto da questo scrittore sospeso tra due mondi, nato a Londra da genitori australiani, e rincasato in Australia per scelta, pur finendo a sbattere laggiù contro l’opposizione feroce dei critici a cui non piaceva il modo in cui codesto connazionale nato all’estero svelava il paese a chi invece c’era sempre vissuto.
L’esploratore Voss è ispirato alla vicenda di Ludwig Leichhardt, strampalato e coraggioso personaggio che a metà Ottocento, quando ancora dell’Outback non si sapeva niente, arrivò dalla Germania per tentare la traversata del continente. Fece due spedizioni, dalla seconda non fece mai ritorno. Su costui è modellato il personaggio di Johann Ulrich Voss, giovane aspirante esploratore megalomane e scorbutico, ma anche idealista e visionario, incapace di relazionarsi con gli abitanti di Sydney e dintorni che foraggiano la sua spedizione: gente arricchitasi con pecore e commercio, ma chiusa nella propria bolla di mediocrità e perbenismo. L’unica con cui instaura un legame è la affascinante e altrettanto spigolosa Laura Trevelyan, ragazza con cui il rapporto, per assurdo, s’intensificherà dopo la partenza di Voss verso il cuore del paese: un’unione che sfocia nel mistico, una tenerezza che riuscirà a lenire le ferite di Voss mentre la durezza impietosa del deserto lo metterà in ginocchio.
Il moscone e l’arcobaleno
White scrive benissimo, specie quando ha la possibilità di descrivere (è un poeta nascosto in un romanziere) e quando ha modo di mettere in risalto l’ipocrisia e la piccolezza degli australiani (ma anche verso il suo protagonista non usa i guanti). Non è un romanzo che consiglierei a chiunque, poiché ha quasi cinquecento pagine che non sempre scorrono facilmente: ma ad un lettore scafato, che avesse voglia di cimentarsi con un’opera che viene da lontano, oggettivamente strana e diversa, in cui le nostre coordinate culturali greco-romane e cristiane appaiono ma al contempo vengono inghiottite e trasformate da quella terra aliena e lontanissima, lo suggerirei.
Poiché, tra ricevimenti galanti e aborigeni, pitture rupestri e scoppi di violenza, lettere d’amore e diari mistici, figure di Cristo e umani troppo umani, eucarestie e larve, ci ricorda che siamo vivi per «tentare l’infinito»; che la vita è vita, «indipendentemente dalle sue origini»; che «un paese non si sviluppa attraverso la ricchezza di pochi proprietari e negozianti, ma attraverso le sofferenze degli umili»; e che proprio all’umiltà siamo chiamati a convertirci (certo in White c’è una pennellata di gnosi e manicheismo, ma senza risultare stucchevole): «L’umiltà è la mia acacia, questo devo ricordare; lì troverò un’esile ombra in cui sedermi…»; e, infine, che per quanto riguarda «la nostra congenita mediocrità come popolo», essa non è «uno stato definitivo e irrevocabile; è piuttosto una sorgente creatrice di infinita varietà e finezza. Il moscone sul suo letto di spazzature non è che una variante dell’arcobaleno».

Patrick White, L’esploratore Voss, prima edizione 1957, ripubblicato in italiano da Mondadori nel 2019, 512 pagine, 15 euro.
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