La repressione continua nella Repubblica islamica tra torture dei manifestanti e confessioni forzate. «Tra le 2.500 vittime anche donne incinte e bambini», dichiara a Tempi Awyar Shekhi, ricercatrice dell'organizzazione Hengaw, che monitora le violenze
Membri delle forze di sicurezza pattugliano le strade di Teheran, in Iran
Soran Feyzizadeh è sceso in piazza a protestare contro il regime degli ayatollah nella città di Bijar, in Iran, insieme a decine di migliaia di altre persone in tutto il paese. Come tanti altri, il 40enne è stato arrestato il 7 gennaio e portato in una delle carceri della città. Qui è stato ripetutamente torturato dalle guardie, fino a quando non è caduto in coma. Il 9 gennaio le autorità hanno informato la moglie e i genitori che Soran era morto. «Il corpo, a detta della famiglia, era a malapena riconoscibile a causa delle torture», racconta a Tempi Awyar Shekhi, ricercatrice dell'Organizzazione Hengaw per i diritti umani, uno dei gruppi principali che monitora la repressione governativa delle proteste popolari in Iran. Oltretutto, «per riavere il cadavere di Soran, come tante altre famiglie, hanno dovuto pagare le autorità». Il corpo è stato seppellito tra enormi misure di sicurezza nel cimitero di Aichi, a Saqqez, ma «i familiari non hanno potuto celebrare un funerale: sono vietati ...
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