L’inganno dell’utero in affitto è di aver degradato la nascita ad un accordo tra le parti, come se bastasse un contratto e del denaro a cancellare il dato che caratterizza ogni vita: essa è dono indisponibile
Protesta contro la fiera dell’utero in affitto “Men Having Babies” un anno fa a Bruxelles (foto Ansa)
Da parecchio tempo riteniamo che la critica più efficace alla maternità surrogata sia il resoconto dell’esperienza di chi vi è ricorso. Non il racconto dorato e luccicante che va per la maggiore sui grandi media e sui grandi quotidiani (mai, come in questo caso, utili idioti della propaganda affaristico-sentimentale delle cliniche), quanto quello – tenuto sempre molto nascosto – di chi s’accorge della ricadute, concrete e dolorose, che una tale scelta ha sulla propria esistenza.
La storia raccolta da Leone Grotti in questo numero di Tempi s’aggiunge alla lunga lista delle testimonianze su cosa sia davvero la gestazione per altri. È un pugno nello stomaco, che s’aggiunge a quelli che tante volte abbiamo proposto sul nostro giornale, segnalando, ogni volta che ci capitasse, le vicende di chi fosse ricorso alla pratica dell’utero in affitto.
«Schiavismo moderno»
«Schiavismo moderno», lo definì in un’intervista di dieci anni fa a Tempi Marie-Josèphe Bonnet, storica femminista francese...
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