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La preghiera del mattino di Lodovico Festa

Che cos’ha Conte che Grillo non aveva. E viceversa

Di Lodovico Festa
18 Dicembre 2024
Quel minimo di cultura ancorché nichilista e malata che animava il fondatore del M5s, la pura furbizia e l’ambiguo sistema di relazioni che tengono in piedi l’“avvocato del popolo”. Rassegna ragionata dal web
Il presidente del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, leader indiscusso del partito dopo la rimozione del “garante” Beppe Grillo votata per due volte dagli iscritti (foto Ansa)
Il presidente del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, leader indiscusso del partito dopo la rimozione del “garante” Beppe Grillo votata per due volte dagli iscritti (foto Ansa)

Sulla Nuova Bussola quotidiana Ruben Razzante scrive: «La guerra fratricida al loro interno non è altro che una battaglia di puro potere, per spartirsi le spoglie di quel che resta di un movimento politico pronto ad allearsi con tutti e contro di tutti pur di non abbandonare la stanza dei bottoni. Da questo punto di vista non c’è molta differenza tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo. Il primo appare più presentabile, essendo un avvocato, un docente universitario e anche un ex presidente del Consiglio, che tuttavia ha attorno a sé una pletora di carrieristi disposti anche a rinnegare le proprie origini pur di restare in sella. Il secondo raggruppa tutti gli scontenti fatti fuori da Conte e in cerca di vendetta».

Trovo le analisi di Razzante sempre ben costruite, ricche di dati e informazioni, e di buon senso. Forse nel caso dei 5 stelle però c’è una semplificazione di troppo. Grillo non è mosso solo dalla pura avidità di potere e denaro (peraltro motivazioni ben presenti al personaggio): alla fine, la sua lunga battaglia da comico e poi da comico politico è espressione non solo di interessi e stati d’animo ma anche di una cultura sessantottina. È nota in questo senso l’influenza del cosiddetto situazionismo sulla formazione della comicità ligure. Come tutte le culture astratte dal contesto storico, al fondo nichilistiche, anche quella grillina ha fatto molti danni, anche perché poi raffinata da quella grande scuola di politica che è stata la Rai democristiana: così la lotta contro il complesso tentativo craxiano di riformare l’Italia, così l’entusiastico appoggio allo strabordare di poteri della magistratura nel ’92, così il contrasto al tentativo di Silvio Berlusconi di costruire un sistema politico italiano veramente liberaldemocratico, così – alla fine – l’incanalare nel 2018 la protesta contro il “governo dall’alto” promosso da Giorgio Napolitano, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy verso esiti qualunquistici invece che di alternativa di destra.

Quella di Grillo è una cultura disgregatrice ma è una cultura, niente a che vedere con i sistemi di relazione con il mondo finanza/imprese, con ambienti cattolici ed ex comunisti (dai D’Alema ai Bettini ai Landini) di Giuseppe Conte: un’attività politica, quella dell’ex premier, spesso furba ma mai sfiorata da una qualche anche vaga cosa che somigli a una visione basata su una cultura, per quanto malata e nichilistica.

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Su Striscia rossa Toni Jop scrive: «Non c’è dubbio intanto che ad ogni modo Conte abbia portato il Movimento su una spiaggia laica, in cui non ci sono santi protettori e nemmeno poteri soprannaturali pronti a dire l’ultima parola su questo e quello. Ed è evidente che questo processo ha reso questa forza politica aliena rispetto alla sacralità della presenza tutelare del padre fondatore, peraltro retribuita. Ne hanno fatte di tutti i colori, forse ora si può dire senza essere sbattuti in una lista di proscrizione. Certo, anche Conte è ora il Signore indiscusso del Movimento, tutto il potere reale sta nelle sue mani e nessuno da quelle parti si azzarda a dirgli: guarda che mi piaci poco e voglio più potere. Ancora, a Grillo non è andata giù che l’odiato Conte abbia spostato l’asse rotatorio del Movimento da un non-luogo degno della legnosa fantasia di un politico piccolo piccolo convinto, chissà come, che stare né a destra né a sinistra fosse una idea vincente. Ora, il secondo voto degli iscritti ha sancito la volontà del partito di collocarsi comunque in area progressista, di sinistra verrebbe da dire se si fosse disposti a dimenticare l’ambiguità poco smentibile di un uomo che è stato leader di un governo di destra che trattava gli immigrati come carne da macello e il sindaco di Riace come un delinquente. E quel governo non è caduto perché Conte se n’è andato sbattendo la porta per l’indignazione, è stato Salvini a rompere la diga, e Conte è sfilato via come acqua corrente, in seconda battuta».

Si sente nello scritto dell’ex giornalista dell’Unità il disprezzo per un personaggio come Conte ma anche il vecchio istinto a recuperare quelli che Lenin chiamava, nei momenti più sereni, “compagni di viaggio” e, in quelli di cattivo umore, “utili idioti”.

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Su Open Massimo Ferraro scrive: «“Era prevedibile quello che è successo ieri. Gli iscritti l’avevano mandato a quel paese Beppe Grillo già una volta, lui ha chiesto di farcisi mandare di nuovo e così è stato. Con una terza votazione si sarebbe arrivati al 100 per cento dei no”. Ne è sicuro Marco Travaglio che liquida così, dai microfoni di Un giorno da pecora, l’ultimo referendum interno al Movimento 5 stelle».

Un asset fondamentale per Conte e che stabilizza il suo elettorato, è l’appoggio di quella compagnia “del rancore e della forca” che Travaglio ha messo insieme con i suoi compagnucci di merende togati dopo il 1992.

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Su Dagospia si riprende un articolo di Niccolò Carratelli per La Stampa dove si scrive: «Il vocabolario del perfetto “amico di Putin” c’è tutto, anche se Sarah Wagenknecht rifiuta seccamente l’etichetta. Come fa, del resto, anche Giuseppe Conte. Il presidente del Movimento 5 stelle ha voluto a tutti i costi l’intervento della leader del partito tedesco Bsw durante “Nova”, l’atto finale dell’assemblea costituente M5s».

Altro sostegno fondamentale per Conte è quello dei “pechinesi” italiani, da Romano Prodi a Massimo D’Alema a Goffredo Bettini a Maurizio Landini, sostegno che gli permette d’intercettare anche gli umori sedicenti pacifisti di tanti ambienti nichilisticamente antioccidentali e antisemiticamente schierati contro Israele.

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