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Sibiano: «In Europa per una transizione realmente ecologica (e non ideologica)»

Di Matteo Rigamonti
11 Maggio 2024
Intervista al candidato “Piga”, che proverà a usare la sua esperienza nel campo dell’energia per scuotere il Parlamento di Strasburgo sul più caldo dei dossier
Partenza del “Sun Trip”, un tour dell’Europa a bordo di bici elettriche alimentate dal sole, davanti alla sede della Commissione europea, Bruxelles, 16 giugno 2021
Partenza del “Sun Trip”, un tour dell’Europa a bordo di bici elettriche alimentate dal sole, davanti alla sede della Commissione europea, Bruxelles, 16 giugno 2021 (foto Ansa)

«Una sfida promettente». Non teme di mettersi in gioco Piergiacomo Sibiano, che per correre alle elezioni europee dell’8 e 9 giugno ha preso l’aspettativa da dirigente degli affari istituzionali di un’importante azienda italiana del settore energetico. «L’energia che serve all’Europa» è il motto scelto per la campagna elettorale, costruita su tre pilastri dove l’esperienza professionale maturata è un elemento importante sì, ma non esclusivo. Candidato con Fratelli d’Italia nella circoscrizione Nord-Est, Sibiano punta su persona e famiglia, sostenibilità veramente sostenibile e pace come sfida inderogabile. Laureato in economia a Bologna, poi ricercatore al Politecnico di Milano, è sposato, padre di quattro figli e si è occupato di politica fin da giovane. Nel 2022 ha fondato Lab-Ora, di cui è vicepresidente, associazione che promuove cultura politica ispirandosi alla dottrina sociale della Chiesa.

Piergiacomo Sibiano
Piergiacomo Sibiano, detto “Piga”, è candidato alle prossime elezioni europee con Fratelli d’Italia nella circoscrizione nord-orientale (Emilia-Romagna, Veneto, Friuli e Trentino)

Ha criticato apertamente la direttiva sulle cosiddette “case green” approvata dal Parlamento europeo, che impone agli Stati membri di raggiungere zero emissioni entro il 2050 anche per gli immobili. Non è sostenibile?

È un tassello del più ampio puzzle dell’Unione Europea che ha come target la riduzione di emissioni di CO2 fino alla neutralità carbonica nel 2050. Per farlo, a partire dal 2030, i nuovi edifici dovranno essere a emissione zero (via le caldaie a gas e dentro le pompe di calore) mentre gli edifici residenziali esistenti dovranno ridurre i consumi del 16 per cento (del 20 per cento dal 2035) e dovrà essere ristrutturato almeno il 16 per cento degli edifici (il 26 per cento dal 2033). L’obiettivo, avere un parco residenziale a emissioni zero nel 2050. Ha senso tutto questo? Funzionerà? Qualcosa di positivo c’è: per esempio, il fatto che non vengano più imposti livelli di certificazione energetica e che sono previste determinate deroghe (centri storici, luoghi di culto e alcune seconde case). Se consideriamo, però, che in Italia ci sono 20 milioni di abitazioni in classe energetica G e F, il tema è: chi paga queste ristrutturazioni quando i proprietari non hanno risorse per farlo? La risposta è semplice: spesa pubblica, nuove tasse. Anche perché vincoli temporali stringenti portano gli Stati a mettere sul piatto incentivi. Ancora una volta a Bruxelles fissano obiettivi senza preoccuparsi di come raggiungerli.

Alternative ne abbiamo?

Una volta valutati con attenzione i costi e verificata la sostenibilità, immaginando forme di tutela almeno per le famiglie meno abbienti, tutto questo potrebbe anche avere un senso. Del resto, per ridurre le emissioni, non si possono che ridurre i consumi. Il problema più grave, però, è credere o voler far credere che il parco residenziale possa un giorno raggiungere zero emissioni! Non basta qualche pannello fotovoltaico in più sui tetti né pompe di calore al posto di qualche caldaia a gas per azzerare le emissioni. Cosa serve per azionare una pompa di calore? Energia elettrica. E come facciamo a produrla quando il sole tramonta, dato che non abbiamo ancora le tecnologie mature necessarie a immagazzinare elettricità? L’energia che ci occorre non può che provenire da fonti programmabili. Ma, se non vogliamo più utilizzare il carbone e se di nucleare nemmeno si può parlare, non ci restano che le centrali a gas. Del resto il gas è la fonte fossile più pulita: è anche per questo che riveste un ruolo centrale nel Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) che il nostro governo ha trasmesso a Bruxelles e che, quello sì, delinea una transizione meno ideologica e più realistica.

La neutralità carbonica al 2050 professata come un mantra dalle istituzioni europee, insomma, è un sogno?

Il tema della sostenibilità è molto più profondo di quello del mero efficientamento energetico, per esempio, di un immobile. Il mio punto di vista è che serva innanzitutto una politica capace di guardare lontano e accompagnare con pragmatismo i passi necessari perché crescita, lavoro e benessere sappiano coniugarsi con un vero progresso ambientale, mentre troppo spesso si confonde l’ecologia autentica con un ecologismo ideologico che concepisce l’uomo come un intruso sulla terra. Non dimentichiamoci poi che il massimo del nostro sforzo, di noi europei, anche qualora riuscissimo davvero ad abbattere completamente le emissioni di CO2, produrrebbe appena un 7-8 per cento di emissioni in meno a livello globale. Dovremmo sempre misurare lo sforzo profuso all’obiettivo che ci stiamo ponendo. Meglio investire di più su innovazione e ricerca, premiando chi permetterà di fare passi avanti, ad esempio, verso una tecnologia rinnovabile che sia anche programmabile, che ci permetta cioè di usare di notte l’energia che produciamo di giorno.

Nella Dignitas infinita papa Francesco spiega che «appartiene alla dignità dell’essere umano la cura dell’ambiente, tenendo conto in particolare di quell’ecologia umana che preserva la sua stessa esistenza». È una visione più integrale e realistica?

Ristabilire il giusto equilibrio tra uomo e natura è più importante che mai, non solo quando si parla di energia. Pensiamo alla nuova legge sulla politica agricola comune (Pac) che impone limiti ai terreni coltivati, o alla “legge sul ripristino della natura” che obbliga i paesi membri a restituire «il buono stato di salute» di almeno il 30 per cento degli habitat (foreste, praterie, paludi, argini, laghi e coralli) entro il 2030; percentuale che dovrà arrivare al 60 entro il 2040 e al 90 nel 2050. È anch’essa una politica, a parole, di grandi obiettivi e che “vende” una visione delle cose al proprio elettorato, ma senza curarsi della sostenibilità vera dei paletti imposti né delle ricadute. La crescita dei costi che ne derivano non è ugualmente affrontabile da tutte le imprese agricole. Tante rischiano di chiudere. E chiedere di ripristinare allo stato originario gli argini dei fiumi è qualcosa che, lo dico da romagnolo, dopo tutto quello che è successo un anno fa a causa dell’alluvione, lascia davvero sbigottiti. Sembrano politiche pensate più per ridurre la presenza dell’uomo nel mondo che per ridurre il suo impatto sull’ambiente. L’uomo può anche essere stato un “custode distratto” del creato, ma non è licenziandolo dal pianeta che si risolve il problema.

Come nasce questa candidatura?

Nasce come decisione di una persona di fede che, fin dagli anni scolastici e universitari, si è coinvolta in esperienze di rappresentanza studentesca, che ha maturato una certa passione per la politica, prima dando una mano ad altri amici che si candidavano e poi facendolo in prima persona. Cinque anni fa, insieme a tanti amici della mia generazione, di fronte alla frammentazione della presenza cattolica e al rischio di una diluizione della proposta politica che trae linfa dalle radici cristiane dell’Europa, ci siamo sentiti responsabili di un compito e abbiamo fondato un’associazione. Questa iniziativa ha colto l’attenzione di Giorgia Meloni, si è concretizzata nella candidatura di Lorenzo Malagola alla Camera e da lì abbiamo continuato a correre, ottenendo anche qualche buon risultato.

Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di maggio 2024 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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