«Aiuto! Mi si sono rotte le acque». Come sopravvivere nella giungla delle adozioni

STORIE SIMILI. Il faticoso cammino personale di Michela e suo marito è simile a quello di tante altre donne. La giornalista ha frequentato molti forum che si occupano di adozioni, chiedendo alle utenti se qualcuna di loro se la sentiva di raccontare la propria storia. Vicende dolorose, come quella della donna che non può nemmeno sperare di adottare, perché la famiglia del marito è contraria: «Ne ho selezionate solo alcune, ma tutte mi hanno chiesto di restare anonime. La sterilità provoca vergogna. Io non l’ho mai pensato, anzi, l’ho sempre spiegato a chi mi chiedeva perché non avessimo figli. Dire la verità evita parte dei commenti sgradevoli. Anche se negli anni ce ne sono stati talmente tanti che ho perso il conto».
STEPCHILD ADOPTION. Una buona dosa autoironia ha aiutato la nostra autrice. Giorni tutti uguali, sommati in multipli di tre anni. Perché ogni tre anni le istanze presentate al tribunale scadono e bisogna ricominciare il percorso da capo. Analisi del sangue, colloqui con gli psicologi, visite degli assistenti sociali… «Noi genitori in cerca di adozione non siamo una bandiera ideologica interessante per la politica. Meglio battersi per altri tipi di adozioni. Non può venirmi rabbia quando penso alla facilità con cui un giudice può avvalorare la stepchild adoption, perché in quel caso per diventare genitore basta essere il compagno del genitore biologico. Noi coppie eterosessuali, banali, veniamo invece scandagliati in ogni più piccolo aspetto della vita. È giusto che un bambino che è cresciuto in un nucleo famigliare possa rimanere in quello, ma è altrettanto ingiusto che ci sia un differente criterio nell’adottabilità. Se non vogliono introdurre parametri di questo tipo per la stepchild adoption, allora che snelliscano gli altri. Già la conquista di un albo nazionale delle adozioni, eviterebbe di ricominciare ogni volta dall’inizio».
ANCORA UN ANNO. Mentre Michela parla si sente in sottofondo la vocetta di Aurora, che ora ha nove mesi. La gioia che la giornalista prova nel tenerla in braccio fa sembrare più lontani i momenti bui, in cui temeva che sarebbe finita nel baratro della disperazione come tante altre madri che aspettano la chiamata del tribunale: «Ero andata in visita al Santuario di Santa Maria Francesca delle cinque piaghe, una santa a cui sono molto devote le donne che cercano una gravidanza. Mentre ero in fila per rivolgere la mia preghiera alla Santa, ho visto una donna che piangeva disperata, che il marito guardava inerme. Mi sono chiesta se anche io vista dall’esterno fossi così, perché non volevo. Da quel momento il mio modo di attendere un figlio è cambiato, grazie a tanta ironia e una buona dose di preghiera». Per adesso Michela si è presa una pausa dal lavoro, vuole stare con Aurora, in questo primo anno insieme, che per il tribunale è ancora solo una pre-adozione: «A settembre prenderà il nostro cognome e per la legge italiana sarà ufficialmente figlia nostra».
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